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2009

la sdemanializzazione del demanio marittimo - Cassazione, Sez. II, 11 maggio 2009, n. 10817 - P. Morelli PDF Stampa
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LA SDEMANIALIZZAZIONE DEL DEMANIO MARITTIMO

Commento a Cassazione, Sez. II, 11 maggio 2009, n. 10817

 

Nel demanio marittimo è incluso, oltre il lido del mare e la spiaggia, anche l'arenile, ovvero quel tratto di terraferma che risulti relitto dal naturale ritirarsi delle acque, e la sua natura demaniale - derivante dalla corrispondenza con uno dei beni normativamente definiti negli artt. 822 cod. civ. e 28 cod. nav. - permane anche qualora una parte di esso sia stata utilizzata per realizzare una strada pubblica, non implicando tale evento la sua sdemanializzazione, così come la sua attitudine a realizzare i pubblici usi del mare non può venir meno per il semplice fatto che un privato abbia iniziato ad esercitare su di esso un potere di fatto, realizzandovi opere e manufatti (oltretutto senza il permesso della competente Pubblica Amministrazione, come verificatosi nella specie). Del resto, per i beni appartenenti al demanio marittimo, non è possibile che la sdemanializzazione sia realizzabile in forma tacita, risultando necessaria, ai sensi dell'art. 35 cod. nav., l'adozione di un espresso e formale provvedimento della competente autorità amministrativa, avente carattere costitutivo.

 

Di Pasquale Morelli

 

Attraverso un caso, forse non troppo singolare ed isolato, avente ad oggetto un tratto di arenile occupato ed edificato da un privato,  la Corte di Cassazione, affronta due distinte questioni: la prevalenza del giudicato penale sul giudizio civile ed amministrativo e la sdemanializzazione del demanio marittimo.

La vicenda, vede protagonista un soggetto privato proprietario, a suo dire, di un fondo costituito da un arenile, ovvero quel tratto di terraferma che risulti relitto dal naturale ritirarsi delle acque marine. Vengono citati in giudizio innanzi al Tribunale di Napoli, l'Agenzia del demanio, il Ministero dell'economia e delle finanze ed il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per sentire dichiarare la proprietà privata dell’area e dei manufatti ivi insistenti.

Il Tribuna prima e la Corte d’Appello poi, hanno respinto le istanze dell’attore/appellante, in ragione del fatto che l’arenile appartenendo al demanio marittimo, per sua natura non è suscettibile di usucapione. La Corte, inoltre, ha ritenuto “incomprensibile” l’ipotesi che l’area potesse acquistarsi per accessione, in quanto trattasi di modo di acquisto della proprietà che opera ad esclusivo vantaggio del bene demaniale.

Impugnata la sentenza innanzi alla Corte di Cassazione, la seconda sezione, rigetta il ricorso, motivando la sentenza ribadendo principi e posizioni più o meno consolidate in giurisprudenza.

Innanzi tutto, il collegio sottolineare che all'arenile va applicata la stessa disciplina giuridica della spiaggia, in quanto entrambi un tempo sommersi dalle acque del mare, ed essendo essi determinati, sotto l'aspetto giuridico, dalla comune destinazione agli usi pubblici marittimi (accesso, approdo, tirata in secco dei natanti, operazioni attinenti alla pesca da terra, ecc.)., attitudine, questa, che si mantiene anche solo “potenzialmente”. Non solo, la natura demaniale dell’arenile permane anche qualora una parte di esso sia stata utilizzata per realizzare una strada comunale, atteso che ciò non implica né la sdemanializzazione della restante parte, quella meno vicina al mare, né la libera occupabilità da parte dei privati. In particolare quest’ultima circostanza, non assumerebbe alcun pregio, in quanto il possesso di cose di cui non si può acquistare la proprietà, perché demaniali, è senza effetto.

La scure di cui all’art. 366 bis c.p.c., cade sul ricorso, dichiarando inammissibili ben tre motivi di cui uno, particolarmente interessante, riguardante il concetto di sdemanializzazione tacita. La Corte, però, in conclusione di sentenza, coglie l’occasione per puntualizzare la consolidata posizione in materia.

Scorrendo la lettura del provvedimento, si focalizza l’attenzione sul primo argomento estremamente interessante trattato dai giudici, relativo al rapporto corrente tra giudicato penale e giudicato civile e la prevalenza accordata al primo, legata all’accertamento del fatto reato. La Corte chiamata ad esprimersi, fa propri quei principi di diritto secondo cui la sentenza penale irrevocabile di condanna non ha efficacia di giudicato, a norma dell'art. 654 c.p.p., nei confronti della P.A. che, non essendosi costituita nel giudizio penale, a questo non abbia partecipato. L’accertamento dei fatti materiali, che siano stati considerati nel giudizio penale, non rileva, e non ha pertanto efficacia vincolante rispetto all'amministrazione danneggiata non costituitasi parte civile, seppur posta in condizione dei farlo con la notificazione del decreto di citazione a giudizio.

La Corte Costituzionale (C. Cost. 22.3.1971, n. 55, in GI, 1971, I, 1, 784) riscontrò l’illegittimità dell’operatività del vincolo nei confronti di coloro che fossero rimasti estranei al giudizio perché non posti in condizioni di intervenire, fissando precise regole in ossequio alle garanzie di difesa e del contraddittorio.  Innanzitutto, gli effetti della decisione sono limitati esclusivamente a coloro che hanno partecipato al giudizio, ciò significa che l’efficacia del giudicato penale è riferita all'imputato e alla parte civile oltre che al responsabile civile - costituito o intervenuto volontariamente - sempre che non siano stati ufficialmente esclusi. Rimangono, pertanto, immuni il responsabile civile che, sebbene ritualmente citato, non si sia costituito in giudizio e il danneggiato dal reato che, posto in condizione di partecipare, abbia preferito non costituirsi parte civile (Chiliberti, Azione civile e nuovo processo penale, Milano, 1993, 581).

In tema di limiti oggettivi di efficacia della sentenza penale, di assoluzione o di condanna, nei giudizi extrapenali diversi da quelli di danno, l'efficacia di giudicato è, a norma dell'art. 654 cod. proc. pen., subordinata, tra l'altro, alla condizione che i fatti accertati siano stati ritenuti rilevanti ai fini della decisione, cioè abbiano influito sul ragionamento decisorio del giudice, conducendolo ad emettere quella pronuncia. Pertanto, l’operatività del vincolo della prevalenza del giudicato penale sul giudizio civile (e/o amministrativo), è quindi subordinata a precise condizioni desumibili dall’art. 654 c.p.p., non suscettibile di estensione analogica perché norma speciale (Cass. n.13016/2006; Cass. n.16474/2005). La decisione del giudice penale deve essere pronunciata all’esito del dibattimento, ed avrà efficacia di giudicato solo nei confronti di coloro che hanno partecipato al giudizio a quo. Valgono, soprattutto, in sede civile (o amministrativa) unicamente quei fatti che nel giudizio penale hanno assunto effettiva e concreta rilevanza ai fini della decisione penale, escludendo quelle circostanze oggetto di mera cognizione incidentale.

L’esame dell’ultimo motivo di ricorso, pare che non sia stato ben espletato dalla Corte. Il ricorrente proponeva la tesi in virtù della quale un immobile, edificato da un privato su un fondo demaniale, logicamente senza alcuna autorizzazione, non sarebbe classificabile quale bene demaniale, bensì patrimoniale ex art. 826 c.c., e pertanto usucapibile. La Corte nel ritenere infondato il motivo, non si occupa di smontare la tesi proposta, ma affonda nella sdemanializzazione tacita, con particolare riferimento al demanio marittimo. Questo, che è sottoposto ad una rigida disciplina, è soggetto ad una sdemanializzazione tacita, solo nel caso in cui vi siano atti della P.A. che inequivocabilmente manifestino la volontà di sottrarre il bene alla destinazione pubblica (Cass., Sez. II, 22 aprile 1992, n. 4811; Cass., Sez. I, 4 marzo 1993, n. 2635; Cass., Sez. II, 19 febbraio 2007, n. 3742). A tale conclusione però, si giunge solo all’esito di una valutazione che ritenga inutilizzabile l’area per i pubblici usi del mare, ed al fine di escludere i beni dalla categoria demaniale, occorre,  ex art. 35 cod. nav., un decreto del Ministro dei Trasporti e della Navigazione di concerto con quello per le Finanze (Cass., Sez. II, 5 agosto 1949, n. 2231; Cass., Sez. I1, 6 maggio 1980, n. 2995; Cass., Sez. II, 14 marzo 1985, n. 1987; Cass., Sez. II, 2 marzo 2000, n. 2323).

Si evince come la Corte, in questo caso, si sia attestata ad una posizione consolidata, fatta propria per mezzo dell’insegnamento delle Sezioni Unite (n.11101/2002), le quali (richiamando Cass. n.2635/1993 e Cass. n. 4089/1996) stabilirono che la sdemanializzazione tacita “non può desumersi dalla sola circostanza che un bene non sia più adibito anche da lungo tempo ad uso pubblico, ma è ravvisabile solo in presenza di atti e fatti che evidenzino in maniera inequivocabile la volontà della P.A. di sottrarre il bene medesimo a detta destinazione e di rinunciare definitivamente al suo ripristino”.

 

 
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