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20

Mar

2010

PER LA SUSSISTENZA DELLA COOPERAZIONE COLPOSA EX ART. 113 C.P. È NECESSARIA LA CONSAPEVOLEZZA DELLA RECIPROCA NEGLIGENZA

di Claudia Ruggiu *

 

Sommario: 1. La cooperazione colposa. – 2. Il ruolo dell’art. 113 c.p. nell’ambito della disciplina del concorso di persone nel reato. – 3. La distinzione tra cooperazione colposa e concorso di cause colpose indipendenti. – 4. La sentenza della Corte di Cassazione n. 20406/2009

 

1. La cooperazione colposa

Il delicato tema della cooperazione nel delitto colposo costituisce il punto centrale su cui ruota il percorso argomentativo di questa interessante sentenza della Suprema Corte.

Il dato normativo da cui deve partire l’esegesi dell’istituto è dato dall’art. 113 c.p., norma inserita dal Legislatore del 1930 nel Capo III (del Libro I) dedicato al concorso di persone nel reato, la quale così recita: “nel delitto colposo, quando l'evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso. La pena è aumentata per chi ha determinato altri a cooperare nel delitto, quando concorrono le condizioni stabilite nell'art. 111 e nei numeri 3 e 4 dell'art. 112”.

Se oggi l’opinione largamente predominante non dubita del fatto che la cooperazione nel delitto colposo altro non è se non la forma colposa del concorso di persone nel delitto colposo, in passato (specie sotto la vigenza del Codice Zanardelli) diffuse erano le voci tese a negare la stessa possibilità teorica di concepire una siffatta figura di compartecipazione criminosa: per la asserita incompatibilità logica tra la necessaria “involontarietà” del fatto colposo ed il concorso di persone, fondato sul “concerto” dei concorrenti (Carrara); per l’assiomatico assunto secondo cui nel delitto colposo l’unica forma di realizzazione sarebbe quella “di autore” (Spasari M., Profili di teoria generale del reato in relazione al concorso di persone nel reato colposo, Milano, 1956); per ragioni di tipo nominalistico (nel descrivere la fattispecie della partecipazione a delitto colposo, il Legislatore utilizza una terminologia differente da quella utilizzata per descrivere il concorso doloso).

Ancora oggi, tuttavia, si riscontrano nel panorama dottrinale voci che ravvisano nella cooperazione in delitto colposo, anziché una vera e propria figura di concorso di persone, una forma “impropria” di concorso eventuale.

Si dice, in particolare, che se è vero che il concorso di persone nel reato è connotato, fra l’altro, dalla volontà di cooperare nella realizzazione di un dato reato, la cooperazione nel delitto colposo non può essere qualificata come vera e propria ipotesi di compartecipazione criminosa, poiché in essa la convergenza della volontà riguarderebbe una parte soltanto del fatto che costituisce reato (ovvero, la condotta esteriore, giammai l’evento che, per definizione, in caso di colpa è “non voluto”).

Ad ogni modo, la figura della cooperazione nel delitto colposo pone una serie di dubbi interpretativi che la dottrina e la giurisprudenza non hanno mancato di affrontare.

 

2. Il ruolo dell’art. 113 c.p. nell’ambito della disciplina del concorso di persone nel reato

Tra le questioni che tuttora si agitano intorno alla figura della cooperazione nel delitto colposo, vi è quella riguardante il ruolo svolto dall’art. 113 c.p. nell’ambito della disciplina del concorso di persone nel reato.

In particolare, ci si chiede in dottrina se la norma in esame svolga una funzione c.d. incriminatrice, ossia la funzione di attribuire rilevanza penale a condotte che, in quanto atipiche rispetto alla fattispecie monosoggettiva di parte speciale, non sarebbero punibili in assenza di una norma, quale quella di cui all’art. 113 c.p., estensiva dell’area della punibilità; ovvero, una funzione di c.d. disciplina, mirante semplicemente a sottoporre ad un diverso trattamento sanzionatorio fattispecie che risultano punibili già in base alla norma incriminatrice di parte speciale.

Parte della dottrina sostiene con forza la tesi della funzione c.d. incriminatrice della norma di cui all’art. 113 c.p. (Albeggiani F.).

In particolare, si sostiene che tale funzione estensiva dell’area della punibilità si esplicherebbe sia con riferimento ai reati cc.dd. a forma vincolata o di mera condotta, sia con riferimento ai reati cc.dd. a forma libera o causalmente orientati.

Per quanto concerne i primi (comunemente definiti come reati per i quali la norma penale descrive una condotta connotata da specifiche modalità, di modo che il bene protetto dalla norma incriminatrice è tutelato penalmente soltanto contro determinate modalità di azione e non altre), si dice che la funzione incriminatrice dell’art. 113 c.p. appare di tutta evidenza poiché, in questi casi, la norma consente la punizione di comportamenti di mera agevolazione di un fatto colposo altrui che, in base alla norma penale di parte speciale, non sarebbero perseguibili in quanto tali.

Per quanto concerne le fattispecie c.d. a forma libera (ovvero, le fattispecie in cui è sufficiente che la condotta sia idonea a cagionare l’evento previsto dalla norma, a prescindere dalle specifiche modalità dell’azione, purchè idonee a cagionare l’evento), del pari si ribadisce la validità della tesi della funzione incriminatrice dell’art. 113 c.p., che varrebbe ad attribuire rilevanza penale a condotte di carattere meramente agevolatorio che, come tali, non risultano legate da alcun nesso di causalità nei confronti dell’evento lesivo.

Questa ricostruzione, peraltro, non trova conforto in altra parte della dottrina.

Quanto ai reati a forma libera, si nega che l’art. 113 c.p. possa fungere da mezzo per estendere l’area della punibilità a condotte prive di efficacia causale ed, inoltre, prive del requisito, proprio della colpa in senso normativo, della violazione del dovere oggettivo di diligenza, che deve sussistere non solo sul piano dell’elemento soggettivo, ma già sul piano della tipicità del fatto colposo (Fiandaca – Musco).

In altre parole, se è vero che il disvalore delle fattispecie a forma libera si incentra sulla derivazione causale dell’evento lesivo alla condotta (a prescindere dalle modalità di verificazione della stessa), e che, secondo la moderna teoria normativa della colpa penale, la condotta colposa è punibile solo se contrastante con il dovere oggettivo di diligenza, non è possibile ricorrere al disposto dell’art. 113 c.p. in funzione estensiva della punibilità laddove manchino questi due requisiti.

Ricorrendo, invece, entrambi i profili del nesso eziologico e della violazione del dovere oggettivo di diligenza, necessari per l’integrazione della fattispecie monosoggettiva di parte speciale, le eventuali ipotesi di collaborazione colposa nel reato colposo saranno attinte dall’art. 113 c.p. esclusivamente in funzione di disciplina, allo scopo, cioè, di sottoporre le stesse ad un regime sanzionatorio diverso da quello risultante dalla sola applicazione della norma regolante la fattispecie monosoggettiva.

Quanto ai reati a forma vincolata, si nega del pari che l’art. 113 c.p. possa svolgere un ruolo di estensione dell’area della punibilità, in ragione dell’asserita inapplicabilità dello schema del reato a forma vincolata alle fattispecie colpose.

Tuttavia, va detto che in dottrina è maggioritaria l’opinione che ammette la compatibilità logica tra il reato colposo e le fattispecie a forma vincolata, stante la presenza nel codice penale di svariate norme incriminatrici di condotte colpose a forma vincolata: sicchè, con riguardo a queste ipotesi, si ammette che l’art. 113 c.p. svolga una funzione propriamente incriminatrice, consentendo l’estensione della punibilità a comportamenti atipici rispetto alla fattispecie descritta dalla norma di parte speciale.

 

3. La distinzione tra cooperazione colposa e concorso di cause colpose indipendenti

Una delle questioni che più hanno agitato la dottrina che si è occupata dell’istituto della cooperazione nel delitto colposo è quella che attiene alla distinzione rispetto al c.d. concorso di cause colpose indipendenti, che si verifica allorquando diversi soggetti contribuiscono, senza avere la consapevolezza dell’altrui azione od omissione, alla realizzazione di una data fattispecie di reato.

In dottrina, l’opinione largamente predominante ritiene che il tratto distintivo tra le due figure in esame debba essere individuato nel fatto che mentre nel concorso di cause colpose indipendenti più soggetti contribuiscono colposamente a cagionare l’evento, senza tuttavia avere la consapevolezza di concorrere alla realizzazione della condotta altrui, nella cooperazione colposa si riscontra, quale imprescindibile elemento strutturale, la sussistenza di un legame psicologico tra le condotte dei cooperanti.

In altre parole, mentre nel concorso di cause colpose indipendenti si verifica una mera coincidenza fortuita di azioni od omissioni nella produzione dello stesso evento (sicchè, ogni azione od omissione resta imputabile come fatto a sé stante, comportando separate responsabilità per distinti reati), nella cooperazione colposa ognuno dei cooperanti ha la consapevolezza di partecipare all’azione od omissione altrui che, insieme alla sua condotta, è causa dell’evento non voluto.

Nella cooperazione colposa, si dice, il legame psicologico tra le condotte dei diversi cooperanti (che, come abbiamo visto, è quanto vale a fondarne la distinzione rispetto al concorso di cause colpose indipendenti), deve essere inteso propriamente quale “consapevolezza della convergenza della propria condotta con quella altrui”.

E si precisa, ulteriormente, che tale condizione psicologica di “consapevolezza” deve necessariamente investire il carattere colposo della condotta altrui (Latagliata A.R.). Ciò significa che il cooperante deve avere la coscienza e volontà di contribuire, con la propria condotta, alla realizzazione della condotta altrui quale condotta contraria a determinate regole cautelari: ad opinare diversamente (a ritenere, cioè, che l’elemento psicologico che sostiene la condotta del cooperante debba investire la realizzazione dell’intera fattispecie di reato), non vi sarebbe modo di distinguere l’elemento psicologico proprio della cooperazione colposa con quello che contraddistingue il concorso doloso nel reato (Mantovani F.).

Del resto, la distinzione tra cooperazione colposa e concorso di cause colpose indipendenti (che comporta, come vedremo, l’applicazione di un diverso regime sanzionatorio), risulta ampiamente giustificata non solo sul piano ontologico della ricostruzione dei rispettivi elementi costitutivi, ma anche su di un piano che potremmo definire di politica criminale. È certamente vero, infatti, che il sommarsi di più condotte negligenti è ben più pericoloso se frutto di una consapevole scelta, anziché di una fortuita combinazione di sfavorevoli circostanze fattuali (Albeggiani F.).

Sotto il profilo oggettivo, la dottrina non manca di rilevare che ai fini dell’applicazione dell’art. 113 c.p. è necessario che la condotta di ciascun concorrente si caratterizzi per la violazione di una regola di condotta di natura cautelare.

La dottrina dominante (Mantovani F.) ritiene che la regola cautelare violata possa o incombere in via diretta sull’agente, o essere comune a tutti i cooperanti, o, infine, essere propria di uno solo dei soggetti coinvolti nella realizzazione del reato. In applicazione delle regole ordinarie in materia di responsabilità colposa, naturalmente, è necessario accertare se, in capo al singolo cooperante, sussista quel coefficiente soggettivo tipico della colpa che è stato individuato nella previsione (nel caso della c.d. colpa cosciente) o prevedibilità ed evitabilità dell’evento. Ed infine, sempre in applicazione delle regole ordinariamente vigenti in materia di responsabilità colposa, occorre accertare se l’evento lesivo frutto della cooperazione colposa dei soggetti coinvolti costituisca concretizzazione del tipo di rischio che la regola cautelare violata mirava a prevenire.

Sul piano applicativo, l’inquadramento di una data condotta nell’ambito della cooperazione nel delitto colposo piuttosto che nell’ambito del concorso di cause colpose indipendenti condiziona innanzitutto la possibilità o meno di concedere, ricorrendone i presupposti, la circostanza attenuante prevista dall’art. 114 c.p. In secondo luogo, solo nel primo caso opera l’effetto estensivo, ex art. 123 c.p., della querela sporta nei confronti di uno solo dei concorrenti.

Le suesposte acquisizioni teoriche frutto dell’elaborazione dottrinale trovano puntuale riscontro nell’esegesi giurisprudenziale dell’istituto della cooperazione colposa ex art. 113 c.p.

La giurisprudenza è ferma nel sostenere che “per potersi ravvisare l’ipotesi della cooperazione nel delitto colposo (art. 113 c.p.), occorre un legame di tipo psicologico tra le diverse condotte, sostanziantesi nella consapevolezza di operare con altri, che implica per l’agente il dovere di agire tenendo conto del ruolo e della condotta altrui” (Cass., Sez. Quarta Pen., 16.1.2009, n. 1786; negli stessi termini cfr. Cass., Sez. Quarta Pen., 9.7.2004, n. 40205).

Anche secondo la giurisprudenza, tale consapevolezza della convergenza della propria condotta con quella altrui (senza ovviamente investire l’evento richiesto per l’esistenza del reato, dovendosi piuttosto ravvisare, in quest’ultimo caso, un concorso doloso), è quanto caratterizza l’istituto della cooperazione “valendo a distinguerlo dalla diversa tipologia del concorso di cause colpose indipendenti, ipotesi nella quale più soggetti contribuiscono a cagionare l’evento, senza tuttavia la consapevolezza di contribuire alla condotta altrui” (Cass., Sez. Quinta Pen., 11.1.2008- 16.4.2008; negli stessi termini cfr. Cass., Sez. Quarta Pen., 30.3.2004, n. 45069; Cass., Sez. Quarta Pen., 7.4.2004, n. 25311).

La giurisprudenza ha anche avuto modo di specificare che il legame psicologico costituito dalla consapevolezza di cooperare con altri nella realizzazione dell’evento lesivo può sorgere anche in modo del tutto estemporaneo, senza necessità cioè di un preventivo accordo tra i soggetti coinvolti: “la cooperazione nel delitto colposo si verifica quando più persone pongono in essere una autonoma condotta nella reciproca consapevolezza di contribuire all’azione od omissione altrui che sfocia nella produzione dell’evento non voluto. Pur non richiedendosi il previo accordo, è nondimeno necessaria la coscienza, da parte di ciascuna di esse, dell’altrui partecipazione all’azione” (Cass., Sez. Quinta Pen., 11.1.2008- 16.4.2008, cit.).

Importante precisazione è poi quella secondo cui “ai fini della sussistenza della cooperazione colposa non è richiesta nei concorrenti la specifica coscienza o conoscenza sia delle persone che cooperano sia delle specifiche condotte da ciascuno poste in essere, ma è sufficiente la coscienza dell'altrui partecipazione” (Cass., Sez. Quarta Pen., 29.4.2009, n. 26020).

Questa precisazione è importante perché vale a sconfessare quell’orientamento dottrinale (per vero, minoritario), secondo il quale per poter ipotizzare la cooperazione colposa, sarebbe necessaria la sussistenza in capo a ciascun concorrente della consapevolezza anche della natura colposa dell'altrui condotta.

Questa tesi non è mai stata condivisa dalla dottrina dominante, la quale ha obiettato che, se questo requisito fosse necessario, la cooperazione colposa sarebbe configurabile soltanto in caso di colpa cosciente.

Se, come comunemente si ritiene, è invece sufficiente la coscienza dell'altrui partecipazione (e non anche la conoscenza delle specifiche condotte né dell'identità dei partecipi) può trarsi la conclusione che la cooperazione è ipotizzabile anche in tutti quelle ipotesi nelle quali “un soggetto interviene essendo a conoscenza che la trattazione del caso o la sistemazione di un'opera non è a lui soltanto riservata perché anche altri operanti (perché facenti parte della medesima struttura o per altre ragioni) ne sono investiti” (Cass., Sez. Quarta Pen., 29.4.2009, n. 26020, cit.).

Per esempio, si dia il caso del medico di fiducia che non è a conoscenza del fatto che il paziente da lui assistito intende rivolgersi anche ad altro medico: qualora entrambi i medici errino colposamente nella terapia, le eventuali conseguenze dannose saranno a loro addebitate a titolo di condotte colpose indipendenti, e non a titolo di cooperazione colposa.

Diverso è il caso del medico di reparto che abbia eseguito il trattamento terapeutico, il quale non può non essere cosciente del fatto che, finito il turno, altro medico gli subentrerà (sebbene possa non essere a conoscenza del se costui seguirà o meno il medesimo indirizzo terapeutico): se ciò avverrà, e la terapia errata provocherà un evento dannoso, appare corretto ipotizzare la cooperazione colposa piuttosto che il concorso di condotte colpose indipendenti. Infatti, ciascuno dei due medici (sebbene non abbiano concordato la terapia e non abbiano avuto alcun contatto tra di loro) è consapevole dell'intervento dell'altro.

Al di fuori dell’ambito della responsabilità medica, analoghi esempi potrebbero farsi in relazione ad altre organizzazioni complesse quali le imprese e settori della pubblica amministrazione (si pensi alla formazione di atti complessi nei quali confluiscano atti adottati da persone diverse, in tempi diversi, e senza alcun rapporto tra le stesse).

In tutti questi casi esiste il legame psicologico previsto per la cooperazione colposa perché ciascuno degli agenti è consapevole del fatto che altro soggetto (medico, pubblico funzionario, dirigente ecc.) ha partecipato o parteciperà alla trattazione del caso.

 

4. La sentenza della Corte di Cassazione n. 20406/2009

La sentenza della Corte di Cassazione che qui si commenta si inserisce pienamente nell’ambito dell’orientamento giurisprudenziale ormai consolidato in materia di cooperazione nel delitto colposo ex art. 113 c.p., del quale vengono ribaditi i principali assunti in punto di ricostruzione dogmatica dell’istituto e di distinzione tra lo stesso e la diversa fattispecie del concorso di cause colpose indipendenti.

Il caso sottoposto all’attenzione della S.C., nella pronuncia in esame, riguarda la tematica classica dell’incidente stradale, e si appunta in modo particolare sulla questione della responsabilità, a titolo di concorso colposo nel delitto colposo commesso dal conducente dell’auto, di colui che viaggiava seduto al fianco di quest’ultimo.

In sintesi, il fatto deciso dalla Corte si riferisce ad un incidente stradale che aveva coinvolto un’auto della Guardia di Finanza ed un’auto sulla quale viaggiavano due contrabbandieri, l’uno alla guida del mezzo e l’altro seduto sul sedile a fianco del conducente.

Con sentenza del 5 febbraio 2004, la Corte di Assise di appello di Lecce aveva confermato la sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’Assise di Brindisi nei confronti di Caio e Tizio, i quali venivano entrambi condannati per aver provocato la morte di due finanzieri, a seguito della violenta collisione dei due veicoli sui quali viaggiavano rispettivamente gli imputati e le vittime.

Le indagini svolte avevano consentito di accertare che il veicolo sul quale viaggiavano i due imputati apparteneva ad una colonna di automezzi di contrabbandieri, e che Caio, alla guida del mezzo, mentre procedeva in ora notturna alla testa della colonna, aveva affrontato una curva sinistrorsa "contromano" occupando completamente la corsia di sinistra, mentre sopraggiungeva l’autovettura dei finanzieri in marcia sulla propria corsia. Ciò aveva provocato la violenta collisione dei due autoveicoli, determinando la morte dei finanzieri.

Stante la suesposta ricostruzione dei fatti, la questione sottoposta all’attenzione della Corte di Cassazione si appalesa essere la seguente: posta l’indiscutibile responsabilità per omicidio colposo (per giunta aggravato ex art. 61 n. 3 c.p., in ragione del riscontro, nell’analisi dell’elemento psicologico dell’agente, della colpa c.d. cosciente o con previsione) del soggetto alla guida dell’autoveicolo, è possibile addossare analoga responsabilità a carico del soggetto che sedeva al fianco del conducente, a titolo di concorso colposo nel delitto colposo?

A fronte della decisa risposta positiva da parte del giudice di secondo grado, e a seguito dei ricorsi proposti dai due imputati avverso la sentenza di condanna, la Suprema Corte non esita a confermare la sentenza impugnata alla luce dei consolidati principi giurisprudenziali in materia di cooperazione colposa nel delitto colposo.

La S.C. ribadisce in proposito la validità della definizione dell’istituto elaborata già nel 1998 dalle Sezioni Unite della Cassazione (Cass., Sez. Unite, 25.11.1998, n. 5), secondo la quale “la cooperazione nel delitto colposo di cui all’art. 113 cod. pen. si verifica quando più persone pongono in essere una data autonoma condotta nella reciproca consapevolezza di contribuire all’azione od omissione altrui che sfocia nella produzione dell’evento non voluto”, mostrando inoltre di aderire alla successiva opera di precisazione dei contorni dell’istituto da parte delle sezioni semplici, le quali hanno avuto modo di chiarire che “in tema di cooperazione nel delitto colposo, perché la condotta di ciascun concorrente risulti rilevante ai sensi dell’art. 113 cod. pen. occorre che essa, singolarmente considerata, violi la regola di cautela, e che tra le condotte medesime esista un legame psicologico” (Cass., Sez. Quarta Pen., 10.3.2005, n. 44623: nella fattispecie affrontata da tale ultima pronuncia, relativa al reato di cui all’art. 449 cod. pen., gli imputati avevano cooperato, il primo invitando pressantemente il secondo a gettare la sigaretta accesa dal finestrino dell’automobile, e il secondo agendo materialmente, e conformemente, alla sollecitazione).

Sulla scorta dei principi appena ricordati, dice la Corte, può affermarsi che la condotta di ciascun concorrente, per risultare rilevante ai sensi dell’art. 113 c.p., deve caratterizzarsi per la violazione della regola cautelare (non essendo possibile, in mancanza di un tale requisito, qualificare un comportamento come colposo), e deve caratterizzarsi, inoltre, per la presenza del legame psicologico tra le condotte.

L’applicazione di questi principi al caso sottoposto all’attenzione della Corte conduce coerentemente i giudici all’affermazione della responsabilità di Tizio a titolo di concorso colposo nell’omicidio colposo commesso da Caio, materialmente alla guida del veicolo.

Sulla base dei dati di fatto acquisiti, infatti, risultava che Tizio non era un semplice “scaricatore” della merce di contrabbando trasportata, ma una persona abitualmente dedita al contrabbando, uomo di fiducia del capo della squadra impegnata nell’illecita operazione (Caio, alla guida del veicolo); da tale circostanza era agevole desumere il ruolo di rilievo ricoperto da Tizio, il quale era certamente consapevole dell’itinerario programmato e delle modalità con le quali lo stesso sarebbe stato percorso (egli sapeva, cioè, che l’auto condotta da Caio - priva di dispositivi di illuminazione, parzialmente blindata nella parte anteriore - avrebbe dovuto percorrere alcuni tratti di strada contromano per la necessità di viaggiare a cavallo della striscia di mezzeria, per orientarsi al buio, e di sfuggire ad eventuali controlli).

In questa fattispecie, dunque, l’atteggiamento psicologico del soggetto seduto al fianco del conducente appare del tutto analogo a quello del conducente medesimo, stante la consapevolezza comune ad entrambi della necessità di adottare modalità di guida tali da comportare una palese e macroscopica violazione delle norme sulla circolazione stradale (pur nella convinzione, che è quanto vale ad escludere per entrambi la sussistenza del dolo eventuale, che la capacità di guida dell’autista sarebbe valsa a scongiurare il pericolo di incidenti).

Tale ricostruzione dei fatti, in altre parole, è quanto conduce ad affermare la sussistenza del primo connotato della cooperazione nel delitto colposo così come individuato dalla giurisprudenza di legittimità, vale a dire l’elemento della reciproca consapevolezza della convergenza delle rispettive condotte.

Ma nella fattispecie esaminata, prosegue la Corte, è dato riscontrare altresì l’altro elemento necessario all’integrazione del concorso colposo ex art. 113 c.p., essendo chiaramente fuori discussione la violazione, da parte di entrambi, di una regola di condotta a contenuto cautelare (regola da ravvisarsi nel dovere di osservare le norme della circolazione stradale oltre che i basilari criteri di prudenza). Entrambi, dunque, “hanno voluto quelle modalità di guida, con ruoli diversi e, ciò che rileva in ordine alla cooperazione colposa, ciascuno con la chiara consapevolezza della inosservanza della regola cautelare da parte dell’altro”.

La Corte, in questa pronuncia, non prende posizione in ordine all’annosa questione della funzione, di estensione della punibilità ovvero di disciplina, propria dell’istituto della cooperazione colposa nel delitto colposo.

E tuttavia, nella trama della pronuncia sembra potersi ravvisare un’implicita adesione alla teoria della funzione incriminatrice della disciplina della cooperazione rispetto all’ambito segnato dal concorso di cause colpose indipendenti, da cui deriva il riconoscimento della rilevanza penale di condotte atipiche, agevolatrici, incomplete, di semplice partecipazione che, per avere concludente significato penale, avrebbero bisogno di coniugarsi con altre condotte, di per sé rilevanti.

Ciò potrebbe trovare conferma dalla disciplina di cui agli artt. 113 co. 2 e 114 c.p. che prevedono, nell’ambito della figura della cooperazione, l’aggravamento della pena per il soggetto che abbia assunto un ruolo preponderante e, simmetricamente, la diminuzione della pena per colui che abbia apportato un contributo di minima importanza.

Peraltro, non può non rilevarsi come, in un sistema penale come il nostro ispirato al principio di tassatività e determinatezza della fattispecie penale, e dunque in ultima analisi al principio di legalità, occorra evitare eccessive ed indiscriminate dilatazioni dell’estensione della responsabilità, di fronte a condotte atipiche, incomplete o di semplice partecipazione.

Per queste ragioni, appare forse semplicistico l’approccio della Corte in questa pronuncia, laddove sarebbe stato invece auspicabile un maggior approfondimento dei contorni della responsabilità del cooperante alla luce di criteri oggettivi alla cui stregua valutare se, effettivamente, fosse possibile ravvisare a carico di costui un obbligo giuridicamente rilevante di rapportare la propria condotta a quella degli altri soggetti coinvolti nella vicenda.

In particolare, un obbligo di tal fatta potrebbe o derivare da una norma di legge, o collegarsi ad esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio, o risultare comunque contingenza oggettivamente definita e pienamente condivisa, sul piano soggettivo della consapevolezza reciproca, da tutti i partecipi. Soltanto a queste condizioni, è possibile ritenere che ciascuno dei soggetti a vario titolo coinvolti nella vicenda fattuale sia obbligato non solo ad improntare il proprio comportamento alle regole della diligenza, ma anche a preoccuparsi della condotta degli altri, se del caso intervenendo allo scopo di ricondurla nei binari della cautela.

 

 

* Articolo pubblicato in “Strumentario Avvocati – Rivista di Diritto e Procedura penale”, n. 11/2009.

 

 
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