Corso Esame Avvocato

CORSO INTENSIVO ESAME AVVOCATO 2014

ultimo anno con i codici commentati

Sedi di ROMA - CAMPOBASSO - FOGGIA 

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La chiamata in causa di terzo è esercizio di potere discrezionale - Cassazione, Sez. Un., 23 febbraio 2010, n. 4309
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06

Apr

2010

3. La questione preliminare di merito della legittimazione sostanziale attiva dell’E.N.C.C., prospettata in più ricorsi.

Superata la pregiudiziale sulla giurisdizione, va esaminata la questione della legittimazione ad agire dell’ente che nel presente giudizio è interviene quale assuntore del concordato.

3.1. L’undicesimo motivo del ricorso principale di Amato deduce infatti il difetto di legittimazione attiva dell’E.N.C.C. nella presente azione di responsabilità contro amministratori e sindaci della società, perché esso, pur essendo assuntore del concordato, è anche socio totalitario della S.I.V.A. s.p.a. e non può qualificarsi “terzo” che acquisisce il patrimonio societario, subentrando nei debiti della società di cui è in sostanza comunque creditore.

Per quesito di diritto a conclusione del motivo occorre quindi accertare “se il socio totalitario di una s.p.a., ammessa a concordato preventivo, il quale diventi assuntore del concordato, sia legittimato ad agire verso gli amministratori e, in caso di risposta positiva alla prima domanda, se a lui siano opponibili le eccezioni che si sarebbero potute proporre contro i soci, ritenute nel merito inammissibili, dovendosi negare la stessa legittimazione ad agire per danni alla società, in quanto l’ente avrebbe dovuto domandare tale risarcimento solo come creditore”. Con il dodicesimo motivo del ricorso principale si lamenta pure la motivazione contraddittoria in ordine alla qualità in cui agisce nella fattispecie l’E.N.C.C., considerato successore a titolo particolare della società in liquidazione e in stato di insolvenza, quale assuntore del concordato, pur potendo gli amministratori della società agire in regresso contro di lui, per avere eseguito solo e sempre le sue direttive, con la conseguenza che l’ente viene sgravato di responsabilità, anche se in altro giudizio può poi rispondere degli stessi danni già posti a carico dei condannati in questa sede.

3.2. Analoga questione è posta dai ricorrenti incidentali Di Capua, dagli eredi di Carlo Lombardi e dal Tamburella, per i rapporti dell’E.N.C.C., unico azionista della s.p.a. S.I.V.A., con tale società, in ogni fase della vita di questa.

Il Di Capua denuncia insufficiente motivazione sulla terzietà dell’E.N.C.C., titolare del 99,99% delle azioni della società, e soggetto che può rispondere in proprio e quale amministratore di fatto dei comportamenti addebitati in via esclusiva ai condannati in questa sede; le eredi di Carlo Lombardi deducono carenze motivazionali della sentenza, sul punto dei vantaggi compensativi derivati dalle condotte degli amministratori all’E.N.C.C., da ritenere capo gruppo delle varie società strumentali alla sua azione pubblica, tra cui è quella amministrata dal de cuius.

Contesta la legittimazione sostanziale ad agire dell’E.N.C.C. il Tamburella, denunciando violazione degli artt. 81, 100, 111 e 303 c.p.c., per avere l’ente esdebitato la S.I.V.A. con il concordato assunto, senza consenso dei creditori, ponendo alla Corte il seguente quesito: “se l’assuntore di concordato fallimentare, in mancanza di liberazione del fallito, sia legittimato ad agire e/o a intervenire nel processo promosso dal curatore del fallito, fondato sulla domanda di risarcimento contro amministratori e sindaci della società già in bonis ex art. 2392 c.c.”.

4. La legittimazione ad agire è fondata sulle azioni acquisite con il concordato dall’assuntore di esso (L. Fall., art. 146). In rapporto alla legittimazione attiva, la eventuale risposta positiva al quesito di diritto posto dall’Amato, secondo il quale l’E.N.C.C., socio totalitario della s.p.a. S.I.V.A. sarebbe legittimato ad agire come creditore e non come terzo assuntore del concordato, non può che avere risposta negativa, date le considerazioni svolte più sopra per le quali va rilevato che l’azione oggetto di causa, è svolta pure nell’interesse dei creditori ai sensi dell’art. 2394 c.c. e rientra nelle azioni “concorsuali” di cui all’art. 2394 bis c.c., non essendo volta a reintegrare perdite e mancati guadagni del socio, ai sensi dell’art. 2395 c.c., ed avendo ad oggetto il danno diretto subito dal patrimonio della società insolvente e alla massa dei creditori e non quello ai beni dell’ente pubblico azionista. Nessuna identità vi è, come detto, tra il socio e la persona giuridica costituita da una società di capitali soggetta a procedura concorsuale (Cass. 4 febbraio 2009 n. 2706) né alcuna esdebitazione si è verificata per la società in danno dell’unico pubblico azionista, in quanto l’E.N.C.C., nella qualità di assuntore del concordato e non di socio, è intervenuto nella causa di recupero danni alla società (Cass. 4 febbraio 2009 n. 2711, 2 novembre 2008 n. 27013 e 8 febbraio 2005 n. 2532). La qualifica dall’ente pubblico di assuntore del concordato preventivo della società in stato di insolvenza, comporta la successione a titolo particolare di esso all’originario attore, cioè al liquidatore in rappresentanza della massa dei creditori, come chiarito esattamente già dalla sentenza di merito (pagg. 22 e 23 sentenza impugnata), essendo esso intervenuto in giudizio in tale qualità, che lo legittima a pretendere i danni richiesti, garantendo con fondi ad esso attribuiti all’uopo dalla legge il pagamento degli altri creditori.

Non sono ammissibili, in questa sede, perché irrilevanti le questioni proposte dalle eredi di Carlo Lombardi sulla esistenza di un gruppo di società collegate controllato dall’E.N.C.C., tra le quali sarebbe la S.I.V.A. e quella dell’accettazione dai terzi creditori della detta assunzione del concordato.

Sulla prima questione, la sentenza di merito ha chiarito che la peculiare posizione di assuntore del concordato dell’E.N.C.C, esclude ogni rilievo dell’incidenza dell’azione di questo quale socio che non vi è stata, considerato che esso non è in giudizio in tale veste e la questione della sua incidenza sulle scelte gestionali antieconomiche non può essere oggetto di esame, potendo logicamente essere invece valutata e decisa in una futura azione di regresso o rivalsa degli amministratori condannati nei confronti dell’avente causa del socio pubblico dominante. Tale azione è liberamente esercitabile senza preclusioni di sorta, in quanto non vi è un giudicato tra il socio pubblico e gli amministratori, in ragione della speciale qualità in cui ha agito nella fattispecie l’ente cellulosa; in ordine alla mancata approvazione dai creditori dell’assunzione del concordato della stessa, non vi è cenno alla questione in sentenza e il motivo di ricorso ad essa relativo non è quindi autosufficiente nell’indicare gli “atti processuali” relativi al problema ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6 ed è pertanto inammissibile. La eventuale azione di regresso o rivalsa dei gestori della società, impedita espressamente in questa sede dalla non consentita chiamata in causa dell’ente pubblico come responsabile anche in concorso dei danni alla società, per i suoi rilevanti poteri sui gestori di essa da tale ente nominati e revocati con probabile incidenza delle sue disposizioni sulle scelte gestionali e di concorso nella responsabilità per i danni arrecati dalla esecuzione delle stesse, potrà essere oggetto di accertamento in un futuro separato giudizio, non precluso perché in quest’ultimo il rapporto controverso sarà solo quello tra gestori e socio pubblico o suoi aventi causa, che in questa sede non ha avuto rilievo alcuno per le indicate ragioni. L’E.N.C.C., come esattamente affermato nel merito, in questa sede non agisce in veste di socio quasi totalitario della S.I.V.A.. ma come successore del commissario liquidatore e della società in stato d’insolvenza, sostituendosi legittimamente alla massa dei creditori, unica legittimata alle azioni in concreto esercitate, avendo esso, come assuntore del concordato, fruito di appositi stanziamenti pubblici previsti per legge per detta assunzione, che hanno consentito ad esso di sostituirsi al commissario attore e di agire nell’interesse della massa.

Gli amministratori, cui - come poi si vedrà - si è legittimamente negata la chiamata in causa del socio pubblico a titolo di regresso o rivalsa, potranno in seguito eventualmente esercitare tali azioni in ragione delle condanne subite in questa sede, che costituiranno la causa petendi a base delle loro domande, non avendo rilievo di giudicato le statuizioni emesse in questa causa, nella quale non era parte il destinatario della richiesta di cui alla mancata chiamata in causa.

L’eccezione come proposta del difetto di legittimazione dell’E.N.C.C. e del Ministero suo avente causa attiene ai rapporti tra amministratori della società e socio pubblico, che non sono stati oggetto, per le ragioni esposte, di questa causa, in cui rilevano i soli rapporti dei danneggianti con la società e l’assuntore del concordato, legittimato ad agire quale terzo avente causa dell’originario attore e dei soggetti allo stesso subentrati, cioè alla massa dei creditori. Devono quindi rigettarsi i ricorsi sulla legittimazione dell’ente pubblico di cui sopra, proposti dall’Amato e dai ricorrenti incidentali Di Capua, eredi di Carlo Lombardi e Tamburella, confermando sul punto la sentenza impugnata.

4. Motivi dei ricorsi relativi a violazioni di norme processuali.

4.1. Il secondo motivo del ricorso principale e l’impugnazione del Di Capua denunciano il difetto di legittimazione processuale del difensore dell’E.N.C.C. nella riassunzione, ad opera di questo ente, del giudizio di merito, successiva alla data in cui il commissario che aveva conferito la procura era decaduto dai suoi poteri per il decorso del termine, entro cui l’ente doveva essere liquidato, in violazione del D.L. 17 giugno 1996, n. 321, art. 6 convertito in L. 8 agosto 1996, n. 421, della L. n. 448 del 1998, art. 45, comma 26, della L. n. 112 del 2002, art. 9, comma 1 bis e dell’art. 75 c.p.c., con nullità conseguente del processo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4.

La procura rilasciata dal commissario dell’E.N.C.C. all’avv. Brancadoro, mentre era in corso la liquidazione, per i ricorrenti era divenuta inefficace alla data in cui la causa è stata riassunta, perché il conferente di essa aveva già perso ogni potere di stare in giudizio, per essere cessate tutte le attività dell’E.N.C.C, al 31 dicembre 1999, termine di chiusura della gestione liquidatoria.

La Corte d’appello afferma la ultrattività dei poteri del commissario trasferiti al Ministro solo in data 4 maggio 2000, per cui a febbraio 2000, il difensore era legittimato a riassumere il processo, in base ai sussistenti poteri conferitigli. Poiché il termine di un anno era perentorio, per il citato D.L. n. 321 del 1996, art. 6 e non era fissato per il mero deposito del rendiconto, come sembra ritenere la Corte di merito, la procura del commissario non poteva essere sanata dalla tardiva avocazione dei poteri da parte del Ministero, a maggio 2000, e quest’ultimo, di conseguenza, poteva essere difeso solo dalla Avvocatura erariale per la ripresa del processo e la necessaria comparsa di riassunzione della causa.

Il quesito chiede alla Corte di affermare se, “scaduto il termine di legge per presentare il rendiconto, di cui alle norme indicate, il commissario liquidatore perda tutti i suoi poteri e diventino quindi inefficaci le procure da lui rilasciate in precedenza al difensore, con conseguente nullità di ogni atto di questo e, nella fattispecie concreta, dell’atto di riassunzione posto in essere successivamente a detto termine”. Su tale punto, afferma il controricorrente Ministero, che la Corte d’appello ha rilevato la tardività in primo grado dell’eccezione di estinzione del processo per mancata tempestiva riassunzione, da proporre nella prima difesa successiva alla ripresa della causa, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 307 c.p.c., nella versione anteriore alla L. 18 giugno 2009, n. 69.

4.2. In terzo luogo, l’Amato deduce falsa applicazione degli artt. 106 e 269 c.p.c., anche per motivazione perplessa, illogica e contraddittoria, con nullità del procedimento, contrastante con le norme citate e violativo del diritto di difesa, in rapporto all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5.

La novella della L. n. 353 del 1990 esclude ogni discrezionalità dell’istruttore, tenuto a fissare con decreto l’udienza di rinvio chiesta dai convenuti per chiamare in causa i terzi, cioè nel caso i precedenti amministratori e l’E.N.C.C., per essere manlevati dagli eventuali effetti negativi della causa, con nullità del processo proseguito senza tale evocazione. Si chiede quindi alla Corte di “rilevare la illegittimità del rigetto della richiesta dell’Amato di chiamata in causa del terzo e le carenze motivazionali di tale statuizione, non sussistendo discrezionalità del giudice sull’estensione del contraddittorio ai sensi dell’art. 269 c.p.c. novellato, con conseguente nullità della sentenza impugnata per effetto della invalidità della decisione di primo grado violativa del principio di unicità e economicità del giudizio”.

Identica censura è posta nei ricorsi incidentali del Di Capua (quinto motivo), delle eredi di Carlo Lombardi (terzo motivo) e del Prandelli (secondo motivo); solo per la eventuale chiamata in causa dell’attore, dopo la riconvenzionale del convenuto, è prevista l’autorizzazione dell’istruttore, che invece non ha alcuna discrezionalità sulla stessa richiesta del convenuto. Replica il controricorrente Ministero che il potere di separare le cause in caso di litisconsorzio facoltativo, consente comunque al giudice istruttore di denegare la fissazione di un’udienza per consentire la chiamata.

4.3. Il quarto motivo di ricorso principale censura la sentenza anche per violazione degli artt. 304 e 298 c.p.c., con conseguente nullità dell’attività del c.t.u..

Il prof. Tiziano Onesti, nominato c.t.u. in primo grado, ha depositato la sua relazione il 17 agosto 2000, nella fase del processo in cui ancora durava l’interruzione dichiarata il 12 ottobre 1999 e prima che il processo fosse riassunto; la Corte di merito distingue l’attività del suo ausiliare nella fase cognitiva o di indagine sui fatti oggetto di causa e nell’altra invece rielaborativa o intellettuale, ascrivendo a quest’ultima la attività dell’ausiliare per il deposito della relazione. Anche in tale fase, secondo l’Amato, le parti hanno interesse a depositare memorie e scritti difensivi, con attività impedita nel caso dall’interruzione, per cui deve ritenersi illegittima la prosecuzione dell’attività dell’ausiliare nel caso. Il quesito conclusivo chiede di accertare “se le operazioni peritali possono proseguire durante l’interruzione del processo, chiarendo il momento discretivo tra fase di cognizione o di indagine cui partecipano le parti e fase elaborativa della relazione, riservata al solo consulente, per escludere la lesione del diritto di difesa in quest’ultima parte del suo lavoro”. Identiche censure sono proposte nel quinto motivo di ricorso del Di Capua e nel terzo di quello delle eredi Lombardi; a tali impugnazioni, il Ministero replica deducendo che nessuna prova s’è data dai ricorrenti di attività del c.t.u. nella fase d’interruzione, lesiva dei loro diritti di difesa, tale non potendo ritenersi il mero atto del deposito della relazione.

4.4. Esclusivamente nell’interesse dell’Amato è il quinto motivo del ricorso principale, di natura anche esso processuale, che lamenta il rigetto, dalla Corte di appello, dell’eccezione di nullità della sentenza di primo grado per avere deciso la causa, affermando in motivazione che non si era rinvenuta in atti la comparsa di risposta di tale parte, rifacendosi quindi a quella depositata dopo la riassunzione, che richiamava l’atto iniziale, in violazione degli artt. 165, 166 e 169 c.p.c., degli artt. 74 e 75 disp. att. c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4.

Invece di disporre le ricerche e l’eventuale ricostruzione dei documenti smarriti, il giudice ha deciso la causa, presumendo l’identità della originaria comparsa di costituzione con quella di ripresa del processo dopo la riassunzione, in violazione delle norme di cui sopra e degli artt. 24 e 111 Cost..

Il quesito chiede di affermare che “in caso di mancato rinvenimento di un atto di parte, il giudice ha l’obbligo, prima di decidere, di disporre le ricerche di tale atto o la sua ricostruzione in contraddittorio e, in mancanza di tali attività, la sentenza pronunciata senza l’atto smarrito deve essere dichiarata nulla”.

Rileva il Ministero che il motivo è inammissibile non precisando quali eccezioni e difese, della mancante comparsa di risposta dell’Amato, non sono state esaminate dai giudici del merito.

5. Non c’è lesione del diritto di difesa o dei principi del giusto processo nelle violazioni denunciate e in qualche caso non sussiste l’interesse alla denuncia.

5.1. In rapporto ai vizi processuali connessi alla riassunzione del processo dal difensore dell’E.N.C.C., dopo la perdita della legittimazione processuale del commissario e per essere venuti meno i poteri conferiti con la procura dall’ente ormai estinto, dedotti dall’Amato in via principale (secondo motivo) e dal Di Capua incidentalmente, i relativi motivi sono inammissibili, perché censurano una sola delle due rationes decidendi sulla questione adottate dalla Corte d’appello.

Quest’ultima, se ha rilevato che nel caso non era venuto meno il potere del difensore al momento della notifica del ricorso in riassunzione, come deducono i ricorrenti, ha preliminarmente osservato che l’eventuale mancata tempestiva riassunzione della causa dedotta come effetto della carente legittimazione processuale, doveva essere eccepita come prima difesa all’atto della ripresa del processo per determinarne l’estinzione ai sensi dell’art. 307 c.p.c., per cui il relativo motivo d’appello era inammissibile perché tardivo.

Per tale profilo nessuna censura è stata prospettata in questa sede e quindi la statuizione di cui sopra resta ferma, con preclusione di ogni altra impugnazione relativa ad essa per difetto di interesse, nessun effetto potendosi produrre diverso o maggiore dell’estinzione per la eventuale riassunzione nulla (S.U. 20 febbraio 2007 n. 3840, Cass. 19 novembre 2007 n. 23931, 11 gennaio 2007 n. 13070, 18 settembre 2006 n. 20118, tra altre).

5.2. In rapporto alla mancata concessione dell’udienza chiesta dai convenuti, per chiamare in causa i terzi corresponsabili dei danni verso i quali intendevano agire in regresso, le censure dell’Amato, del Di Capua, delle eredi di Carlo Lombardi e del Prandelli sono infondate e da rigettare, senza violazione dei principi del giusto processo, potendo tali parti, per le ragioni indicate al punto 3, agire successivamente a tutela delle loro posizioni soggettive direttamente nei confronti degli aventi causa dell’E.N.C.C. per l’accertamento della responsabilità di questo nelle condotte loro imputate.

Se la prevalente dottrina afferma che, allorché la chiamata in causa sia chiesta con la comparsa di risposta dal convenuto prima dell’udienza di trattazione ai sensi dell’art. 269 c.p.c., il giudice è tenuto a fissare una nuova udienza, la norma che sostituisce la precedente disciplina per la quale il convenuto poteva direttamente evocare in causa il terzo alla prima udienza, non può non inserirsi nel sistema introduttivo del processo, per il quale, al di fuori del litisconsorzio necessario di cui all’art. 102 c.p.c., resta discrezionale il provvedimento del giudice di fissazione di una nuova prima udienza per la chiamata, come questa Corte ha già affermato in rapporto all’art. 420 c.p.c., comma 9, richiamato anche nella sentenza di merito (Cass. 25 agosto 2006 n. 18508, 28 agosto 2004 n. 17218). Il novellato art. 269 c.p.c. è stato introdotto per porre un termine perentorio di ammissibilità alla richiesta di chiamata del terzo da parte del convenuto (Cass. 24 aprile 2008 n. 10682 e 11 gennaio 2008 n. 393), restando ferma la natura di regola facoltativa del litisconsorzio nelle obbligazioni solidali e mancando l’esigenza di trattare unitariamente le domande di condanna introduttive della causa con quelle di manleva dei convenuti (Cass. 21 novembre 2008 n. 27856 e 10 marzo 2006 n. 5444), con conseguente separabilità dei due processi, non diversa da quella consentita anche prima della novella del 1990, ex art. 103 c.p.c., che comporta la scindibilità delle cause pure ai fini delle impugnazioni delle parti (art. 332 c.p.c.). Il giudice cui sia tempestivamente chiesta dal convenuto la chiamata in causa, in manleva o in regresso, del terzo, può quindi rifiutare di fissare una nuova prima udienza per la costituzione del terzo, come accaduto nel caso, motivando la trattazione separata delle cause per ragioni di economia processuale e per motivi di ragionevole durata del processo intrinseci ad ogni sua scelta, dopo la novella dell’art. 111 Cost. del 1999; pertanto il motivo di ricorso che denuncia la violazione dell’art. 269 c.p.c. novellato dalla L. n. 353 del 1990, deve rigettarsi perché infondato.

5.3. Inammissibili sono poi le censure, relative alla pretesa nullità della relazione del c.t.u., dell’Amato, del Di Capua e delle eredi Lombardi, per difetto di interesse, mancante anche nel quinto motivo del ricorso principale che, come si è detto, riguarda il solo Amato, perché relativo alla mancanza in atti di una delle due comparse di risposta andata smarrita, al momento della decisione.

Per entrambe tali impugnazioni non risulta quale utilità pratica deriverebbe ai ricorrenti dall’eventuale riconoscimento del vizio processuale, non indicandosi, nei motivi di ricorso, quali danni al contraddittorio e al loro diritto di difesa siano derivati dalle dette carenze processuali e, in particolare, quali deduzioni tecniche non si siano potute proporre all’esame del c.t.u. per il deposito della relazione conclusiva di questo nella fase di interruzione del processo, e quali difese contenute nella prima comparsa di risposta andata smarrita, non siano state esaurientemente esaminate dal tribunale, in violazione dei diritti del ricorrente.

L’eventuale accoglimento delle censure, nel detto contesto, in nessun caso potrebbe dar luogo a nuove indagini del c.t.u. o ad una decisione diversa da quella di primo grado, comunque riguardante tutte le difese proposte dall’Amato (sull’interesse al ricorso, pure nella denuncia di violazioni di legge, cfr. Cass. 10 novembre 2008 n. 2692 e 23 maggio 2008 n. 13373).

6. Le questioni di merito.

I ricorsi sulle questioni di merito sono proposti per dedurre che la Corte d’appello ha valutato domande mai proposte, con errata lettura degli atti del processo e in ordine alla decisione sul riconoscimento della responsabilità degli amministratori, indimostrata, e sulla liquidazione dei danni, eccessiva.

6.1. Con i motivi dal sesto al decimo del ricorso principale, sono poste varie questioni sulla natura dell’azione di responsabilità esercitata, che la Corte di merito ha affermato non essere solo nell’interesse della società ma anche dei creditori, in applicazione degli artt. 2393 e 2394 c.c. e dei due diversi regimi di tali norme sulle azioni contro gli amministratori, in quanto mai si sarebbe esercitata l’azione di responsabilità di costoro in favore dei creditori.

Il settimo motivo di ricorso lamenta violazione degli artt. 99, 101 e 112 c.p.c., del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato e di quello del contraddittorio basato sulla domanda: pur richiamando la domanda i soli artt. 2392, 2393 e 2407 c.c. (quest’ultimo relativo ai sindaci), i giudici di merito hanno affermato che l’azione sarebbe stata proposta pure ai sensi dell’art. 2394 c.c. citato nell’atto introduttivo con la indicazione d’una sentenza di merito che ad esso aveva fatto riferimento, in assenza d’ogni altro cenno alla domanda di cui a tale ultima norma, con extrapetizione della pronuncia, denunciata con il quesito ex art. 366 bis c.p.c. che chiede di dichiarare: “la nullità della sentenza che pronuncia sulla responsabilità degli amministratori della società ai sensi dell’art. 2394 c.c. pur essendo la domanda limitata alle responsabilità di cui agli artt. 2392 e 2393 c.c. con conseguente violazione dei principi che precedono”. L’Amato lamenta pure violazione dell’art. 183 c.p.c. con riferimento agli artt. 2393 e 2394 c.c. e inammissibilità della domanda ai sensi di quest’ultima norma sostanziale, perché nuova, integrando l’azione di danno verso i creditori sociali una mutatio libelli rispetto a quella per i danni alla società. Il quesito conclusivo chiede a questa Corte se “l’ampliamento della domanda oltre la responsabilità di cui all’art. 2393 c.c. fino a quella oggetto dell’art. 2394 c.c. costituisca una modificazione dell’oggetto della domanda stessa da qualificare come nuova e inammissibile”.

Denuncia extrapetizione della sentenza di merito nel senso che precede anche il ricorso del Di Capua, mentre riprende le ragioni della violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato e della extrapetizione della Corte di merito, l’impugnazione incidentale del Prandelli, secondo il quale la decisione di merito ha statuito su una responsabilità per la quale non vi era alcuna domanda, con allargamento del thema decidendi nella pronuncia impugnata.

6.2. Il nono e decimo motivo del ricorso di Amato attengono ancora alla domanda di cui all’art. 2394 c.c. sia per il difetto di motivazione in ordine al rigetto dell’eccezione del ricorrente che denegava l’estensione della originaria domanda anche alla responsabilità verso i creditori sociali che in rapporto alla esistenza dei presupposti di applicabilità della norma. Il difetto di motivazione della sentenza della Corte d’appello, per la parte in cui ritiene che l’azione originaria riguardi pure la responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali è dedotto, dopo avere riprodotto interamente il contenuto dell’atto di citazione.

Nell’appello si è affermato che nessuna domanda vi era stata ai sensi dell’art. 2394 c.c. e che la stessa non era proponibile neppure dagli interventori, perché la modifica soggettiva delle parti non incide sull’oggetto del processo, che erroneamente i giudici del merito hanno ritenuto sin dall’origine esteso alla responsabilità degli amministratori verso i creditori. In effetti, in citazione, vi è solo un elenco di danni arrecati alla società e non ai creditori, non avendo il liquidatore neppure accennato ad una insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare i creditori stessi, presupposto necessario per applicare l’art, 2394 c.c.; la sentenza d’appello quindi non è sufficientemente motivata nell’estendere l’azione anche alla responsabilità di cui a tale ultimo articolo.

Nel caso, anche se per finanziamenti pubblici erogati con leggi dello Stato, l’assuntore del concordato E.N.C.C., ha sempre coperto le perdite di bilancio e consentito la soddisfazione di tutti i creditori sociali, evitando il sopravvenire degli stessi presupposti di fatto dell’azione nell’interesse dei creditori, la cui prospettazione era quindi inammissibile.

Riprendono tale motivo di ricorso le eredi di Carlo Lombardi, rilevando l’assenza del presupposto di fatto per l’azione in favore dei creditori, essendo stato il patrimonio sociale sempre capiente a garanzia degli stessi, con mancanza della situazione di cui al secondo comma dell’art. 2394 c.c. e inammissibilità della domanda con il titolo indicato. Infine il Prandelli collega ad un censura relativa all’art. 2394 c.c., in rapporto all’art. 2949 c.c., il sesto motivo del suo ricorso, per ribadire la sua eccezione di prescrizione, che la Corte d’appello ha erroneamente negato fosse stata proposta dinanzi al tribunale, anche se egli, nelle sue conclusioni, aveva rilevato che per i tempi in cui s’era svolto il suo incarico alla S.I.V.A., l’azione era da ritenere per lui decaduta o prescritta. La Corte di merito fa risalire il dies a quo della prescrizione al momento in cui il patrimonio sociale è risultato incapiente a soddisfare i debiti che, a suo avviso, coincide con quello delle procedure concorsuali e che certamente è assai precedente ad esse, per cui, ad avviso del Prandelli, il risarcimento a lui addebitato in parte dovrebbe ritenersi prescritto e per altra parte, in ragione dell’interruzione della sua attività nella società, non gli dovrebbe essere attribuito.

In ordine alle azioni ai sensi degli artt. 2393 e 2394 c.c., il controricorrente Ministero, come già detto, afferma che il liquidatore della S.I.V.A. in l.c.a., ha in sostanza agito L. Fall., ex artt. 146 e 206; dalla citazione emergeva il presupposto dell’azione ex art. 2394 c.c., cioè lo stato di insolvenza già dichiarato della società le cui passività furono estinte dall’assuntore del concordato per complessive L. 2.470.855.000.

6.4. Il tredicesimo motivo di ricorso dell’Amato denega la responsabilità a lui attribuita per non avere recuperato crediti sociali, in quanto egli, come presidente della società, aveva dato mandato gli avvocati di agire e nessuna diversa condotta poteva tenere, non essendoci in diritto alcun reale suo potere di vigilanza sulla corretta gestione delle azioni che precedono. Si chiede con quesito ex art. 366 bis c.p.c., “se sia configurabile l’azione ai sensi dell’art. 2392 c.c. contro amministratori senza deleghe espresse per i danni conseguenti al mancato recupero crediti, quando vi siano soggetti all’uopo delegati e si siano affidate le pratiche di recupero a legali esterni alla società”.

I ricorsi incidentali del Morici (terzo e quarto motivo), del Di Capua (ottavo motivo), del Prandelli (motivo cinque) e del Tamburella (motivi da tre a cinque), deducono analoghe censure.

Il Morici richiama i rapporti tra E.N.C.C. e S.I.V.A. e denuncia insufficiente motivazione sulla sua condanna, in quanto egli eseguiva ordini e disposizioni del socio totalitario, non operando scelte gestionali, perché in condizioni di dipendenza sostanziale dall’Ente azionista, i cui comportamenti avevano determinato le perdite per le quali si era chiesta la condanna di lui, che aveva sempre agito in conformità a quanto disposto dal socio titolare quasi totalitario del patrimonio.

Il Di Capua deduce che nessuna perdita è derivata da scelte del consiglio di amministrazione e che la sentenza è carente di sufficiente motivazione sulla responsabilità dei membri di esso. Il Prandelli, con il quinto motivo del suo ricorso, censura la insufficienza motivazionale della sentenza oggetto di ricorso, che gli attribuisce responsabilità per il generale andamento economico della società e non in rapporto a singole perdite o mancati guadagni attribuibili a condotte del ricorrente, con palese contraddittorietà della motivazione, che aveva in precedenza escluso la stessa configurabilità di una colpa generale per una condotta aspecifica degli amministratori. Infine il Tamburella domanda a questa Corte di rilevare se un consigliere privo di delega, quale egli era, potesse essere responsabile di omessa vigilanza, in caso di decisione gestionale assunta da un consigliere delegato, non deliberata collegialmente dal consiglio di amministrazione, denunciando, per tale profilo, la medesima contraddittorietà della sentenza di merito che, negati poteri generali di controllo, ha poi in sostanza condannato gli amministratori, per omesso esercizio di detti poteri.

6.5. Si lamenta ancora dall’Amato, nel quattordicesimo motivo, la insufficiente motivazione della sentenza nell’avere imputato a lui condotte omissive e commissive, per avere continuato forniture a clienti già inadempienti verso la società e per la mancata esazione di crediti cambiari, senza rilevare che tali crediti, pur essendo in sofferenza, non erano insoluti quando egli lasciò l’incarico di gestore della S.I.V.A., con la conseguenza che, del mancato recupero di essi, avrebbero dovuto rispondere solo gli organi subentrati nella gestione sociale, mentre nulla risulta rilevato nella sentenza impugnata su tale punto decisivo.

Si censura la sentenza impugnata pure per violazione dell’art. 2392 c.c. per avere sancito la responsabilità degli amministratori della S.I.V.A., sindacando in effetti loro scelte gestionali, senza valutare invece che, se i giudici potevano accertare le modalità con cui a tali scelte s’era giunti, essi non potevano sostituirsi agli amministratori e sindaci nelle loro autonome scelte di gestione e controllo.

Il quesito conclusivo domanda alla Corte di affermare che “il giudice non può in alcun caso sindacare le scelte gestionali degli amministratori sotto il profilo della opportunità potendo vagliare solo eventuali violazioni di legge nelle modalità in cui, si è pervenuti a tali scelte, dovendo quindi, nel caso di specie in cui si sono invece valutate le scelte gestionali degli amministratori, annullare la sentenza affetta per tale valutazione da palese error iuris”.

Anche i ricorrenti incidentali contestano l’attribuzione della responsabilità a loro carico, nella sostanziale carenza di poteri che caratterizzava le loro funzioni.

6.6. Gli ultimi due motivi del ricorso principale censurano la decisione di merito per difetti motivazionali in ordine alla mancata esclusione della responsabilità dell’Amato, che era amministratore privo di deleghe (sedicesimo motivo) e per la parte in cui s’è liquidato il danno a lui attribuito, computandolo in misura maggiore del dovuto (ultimo motivo). La Corte d’appello afferma l’esistenza di un generico dovere di vigilanza di tutti i componenti il consiglio di amministrazione sulle scelte gestionali in base al previgente art. 2392 c.c. escludendo la responsabilità per i sindaci e negando un dovere generale di vigilanza per questi e imputando all’Amato la mancata azione contro un fideiussore per il credito garantito. Peraltro, in quanto privo di deleghe specifiche, l’Amato non poteva neppure rilevare il mancato inizio dell’azione esecutiva nei confronti del debitore inadempiente e nessuna responsabilità poteva imputarsi a lui per tale omessa vigilanza.

Nello stesso senso sono prospettati, in ordine all’attribuzione di responsabilità, i motivi di ricorso di cui al punto 6.4 e con l’ultimo motivo, l’Amato censura la sentenza che imputa agli amministratori di aver continuato a fornire carta e cellulosa a soggetti già inadempienti, con negligenza nello svolgimento del loro mandato, per la quale si sono addebitate le perdite conseguenti al ricorrente principale (cfr. pagg. 27 e 28 sentenza d’appello) in misura eccessiva.

Infatti, anche calcolando tutti i crediti non riscossi per condotte imputate all’Amato, ad avviso di questo, si perviene ad una somma inferiore a quella liquidata nel merito per la quale v’è stata condanna, da ridurre comunque perché erroneamente gli sono attribuite perdite a lui ritenute non ascrivibili in altre parti dalla stessa sentenza oggetto di ricorso.

Sulla liquidazione e quantificazione dei danni hanno proposto censure per carenze motivazionali della sentenza il Morici, che deduce di non avere potuto recuperare crediti per l’azione ostativa a tali cause dell’azionista di controllo E.N.C.C.; le eredi Lombardi denunciano le carenze motivazionali in ordine alla liquidazione dei danni, che hanno comportato una condanna molto superiore a quella che, dalla analisi della motivazione, vi sarebbe dovuta essere per il loro dante causa.

Il Prandelli nel suo ricorso punta sul fatto di essere stato amministratore in due fasi distinte; contraddittoriamente quindi egli è stato condannato nella stessa misura degli altri gestori del patrimonio sociale che hanno operato per l’intero periodo in cui è maturato il danno alla società.

7. Infondatezza e inammissibilità dei motivi di merito proposti.

7.1. Restano assorbiti nella risoluzione data della questione della giurisdizione in rapporto alla tutela richiesta, tutti i motivi proposti in ordine alla pretesa extrapetizione per la mancata originaria azione di responsabilità ex art. 2394 c.c., che deve ritenersi invece essersi avuta con la domanda del liquidatore che, sul presupposto dello stato di insolvenza della s.p.a. S.I.V.A., non poteva non agire anche nell’interesse della massa dei creditori ai sensi dell’attuale art. 2394 bis c.c. e della L. Fall., art. 206, norma quest’ultima che espressamente richiama l’art. 2394 c.c. non essendo ancora in vigore alla data della sua emanazione l’art. 2394 bis c.c..

Affermare che in citazione non vi era cenno alla incapienza del patrimonio sociale presupposto dell’azione nell’interesse dei creditori è in fatto errato, in quanto nell’atto introduttivo il liquidatore espressamente afferma che la società in liquidazione è stata già dichiarata in stato di insolvenza con conseguente esigenza di tutelare la massa dei creditori e che tale situazione di danno per gli stessi, è derivata dalle condotte lesive del patrimonio sociale tenute nella gestione della società. Va esclusa la dedotta carenza motivazionale nell’ampliamento della domanda, una volta negato che questo vi è stato, potendosi ritenere dedotta in citazione la insufficienza del patrimonio societario per soddisfare i creditori, intrinseca alla dichiarazione dello stato di insolvenza e presupposto di fatto necessario all’azione nell’interesse dei creditori, per i quali anche si è chiesto pertanto il risarcimento.

Deve comunque negarsi l’ammissibilità del nono motivo di ricorso principale sui vizi motivazionali della sentenza di merito in ordine all’affermazione dalla Corte d’appello della esistenza di un’azione di responsabilità anche ai sensi dell’art. 2394 c.c. con una riproduzione della fotocopia della citazione che invita in sostanza a ripetere in questa sede la valutazione di merito dell’atto per limitarne la portata nei sensi indicati dall’Amato.

Con il ricorso principale sul punto che precede, vanno respinte pure le impugnazioni incidentali del Di Capua, sulla pretesa extrapetizione, e delle eredi di Carlo Lombardi, in ordine alla mancanza dei presupposti di fatto dell’azione di responsabilità dei creditori, restando assorbito ogni problema di prescrizione, che, in rapporto alla mancanza dell’azione ex 2394 c.c. il Prandelli ha proposto tardivamente, cioè come egli stesso afferma solo con la conclusionale del giudizio di primo grado, in rapporto all’art. 2949 c.c. e alla prescrizione dei diritti azionati contro di lui ai sensi degli artt. 2392 e 2393 c.c..

7.2. I ricorsi di Amato sull’attribuzione della responsabilità e sulla misura del danno liquidato, come le analoghe impugnazioni incidentali sui medesimi punti, in rapporto alle loro rispettive posizioni personali come accertate in appello, del Morici, del Di Capua, del Prandelli e del Tamburella, chiedono tutti in sostanza una nuova valutazione del merito della causa da questa Corte in sede di legittimità, per giungere a conclusioni diverse da quelle della Corte d’appello, senza evidenziare punti decisivi della sentenza impugnata erroneamente o insufficientemente motivati, che possano giustificarne la cassazione, per cui sono da dichiarare inammissibili.

In rapporto alla individuazione delle cause di imputazione dei danni a specifiche condotte o omissioni dei ricorrenti in questa sede, i ricorsi sono inammissibili o perché non autosufficienti nello specificare le ragioni che dovrebbero comportare una diversa valutazione della loro gestione del patrimonio sociale ovvero in quanto chiedono una rivisitazione nel merito delle decisione impugnata, non prospettabile in sede di legittimità.

8. In conclusione, riuniti i ricorsi, principale e incidentali, contro la medesima sentenza, i primi due motivi del ricorso principale sulla giurisdizione devono rigettarsi, dichiarandosi la inammissibilità di tutte le altre impugnazioni sulla questione e confermandosi la giurisdizione del giudice ordinario; gli altri motivi del ricorso principale e i ricorsi incidentali vanno complessivamente rigettati.

In deroga alla soccombenza, specie in ordine alla questione pregiudiziale di giurisdizione e alle incertezze su di essa in giurisprudenza oltre al fatto che allo stato risulta rinviata ogni decisione in ordine all’incidenza sulle condotte di cattiva gestione degli amministratori del socio azionista dotato del potere di nominarli e revocarli, appare equa la totale compensazione delle spese della presente fase di legittimità tra le parti che hanno agito e resistito in questa sede, nulla disponendo nei rapporti con gli intimati che non si sono difesi.

 

P.Q.M.

 

 

La Corte Riunisce i ricorsi, rigetta il primo e secondo motivo di quello principale e dichiara inammissibili gli altri motivi dei ricorsi incidentali relativi alla giurisdizione, che spetta, nella presente causa, al giudice ordinario.

Rigetta gli altri motivi di ricorso principale e i ricorsi incidentali e compensa interamente le spese del giudizio di cassazione tra le parti in causa.

 

 

 

 

 

 



 
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