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ultimo anno con i codici commentati

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25

Nov

2009

Il diritto dei contratti: evoluzione a codice invariato alla luce della rivoluzione consumeristica - L. D'Apollo PDF Stampa
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IL DIRITTO DEI CONTRATTI: EVOLUZIONE A CODICE INVARIATO ALLA LUCE DELLA RIVOLUZIONE CONSUMERISTICA

 

di Luca D'Apollo

 

 

Sommario: 1. Premessa. - 2. Il diritto europeo del “contraente debole”. - 3. L’evoluzione del sistema dei contratti. - 3.1. Neoformalismo. - 3.2. Ingerenza e controllo del giudice sul regolamento contrattuale. – 3.3. Nullità di protezione. – 3.4. Ingiustizia contrattuale. – 3.5. Categorie soggettive di classificazione dei contratti

 

 

1. Premessa

La normativa codicistica dedicata ai contratti, legata alla tradizione romanistica, ha carattere non anti, ma pre-capitalistico: il legislatore dell’epoca regolamentò il contratto indipendentemente dalla regolazione del mercato 1.

Oggi viviamo e testimoniano l’evoluzione del sistema: la dottrina più attente sottolinea che “il nuovo diritto contrattuale è progettato e realizzato proprio come strumento di regolazione, e talvolta di instaurazione del mercato” 2. Il contratto perciò è visto in relazione non soltanto alla natura dell’accordo voluto dalle parti, “quanto del tipo di attività economica nell’esercizio della quale il contratto stesso è stipulato”.

2. Il diritto europeo del “contraente debole”

La spinta alla trasformazione del sistema si ha nel momento in cui diviene forte e pressante l’esigenza europea all’utilizzo di regole comuni tra i vari Stati al fine di raggiungere un livello minimo comune di diritti e libertà in tutto il territorio europeo.

L'Unione Europea è sempre particolarmente attenta alle problematiche del mercato, soprattutto a quelle che hanno ripercussioni su una corretta concorrenza tra le imprese, non solo perché essa si pone quale strumento di sviluppo economico, ma anche perché attraverso tale sviluppo si possono realizzare fini sociali di integrazione e di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni europee.

Per quanto riguarda, in particolar modo, gli interessi economici ci si è posti quale obiettivo primario la protezione degli acquirenti di beni e servizi nei confronti degli abusi perpetuati a loro danno dai venditori, o erogatori di beni e servizi, specie nel caso di predisposizione unilaterale dei contratti da parte di questi.

Si sono, così, susseguite innumerevoli direttive, in settori specifici (la vendita fuori dai locali commerciali, Dir. n. 85/577 CEE, la pubblicità ingannevole, Dir. n. 84/450 CEE, il credito al consumo, Dir. N. 87/102 CEE e n. 90/88 CEE, i contratti a distanza, Dir. n. 97/7 CEE, la multiproprietà, Dir. n. 94/47 CEE, la vendita di pacchetti viaggio, Dir. n. 90/314/CEE), fino a quando si è giunti alla stesura di una direttiva di portata generale: la Direttiva CEE 93/13 riguardante le clausole abusive nei contratti con i consumatori.

L’enorme impatto socio-giuridico che da tale direttiva è scaturito ha rafforzato l’idea del legislatore di tutelare la parte contrattuale più debole in vista del riequilibrio delle posizioni giuridiche delle parti ed al fine di evitare il rafforzamento del contraente economicamente più forte a danno di quello più debole, poco tutelato dai singoli ordinamenti nazionali ed esposto all’abuso economico-giuridico della controparte.

Si è cominciato ad ipotizzare una tutela non solo a favore del consumatore, ma anche relativa a tutti i rapporti economici e commerciali in cui potesse annidarsi una disarmonia contrattuale.

In ogni disequilibrio negoziale si rinviene (come già accaduto per la tutela del consumatore) una parte contrattuale, che forte della propria forza economica, determina un vero e proprio abuso.

Già con l’art. 1469-quinquies il legislatore aveva stabilito la possibilità per il venditore di agire in regresso verso i fornitori per i danni subiti a seguito della declaratoria di inefficacia delle clausole vessatorie 3.

Nonostante le perplessità ermeneutiche legate a tale norma (essa è particolare proprio perché pretende di imputare al fornitore un danno subito dal venditore per un fatto da quest’ultimo posto in essere) se ne deve cogliere il dato positivo: è il punto di partenza dell’elaborazione concettuale del cd abuso dello stato di dipendenza economica.

Con la Legge 18 giugno 1998, n. 192 il legislatore sanziona il comportamento di un'impresa che, trovandosi in posizione di preminenza economica, abusi di tale sua forza e quindi dello stato di dipendenza economica e tecnologica dell'impresa cliente o fornitrice, disponendo la nullità della clausola contrattuale attraverso cui si realizza tale abuso.

Il legislatore nazionale ha così trasfuso l’originale idea della tutela dell’equilibrio contrattuale, proposta dal legislatore comunitario, dal piano dei rapporti tra professionista (spesso un’impresa) ed il cliente-consumatore (relazioni business to consumer) a quello dei rapporti di subfornitura, tra imprese di grandi e piccole dimensioni cd. rapporti tra imprenditori (cd. business to business).

La Legge sulla sub-fornitura è manifestamente ispirata dalla volontà di dare tutela al subfornitore nei confronti del committente, sul presupposto che il primo sia (sempre e comunque) il "contraente debole" 4.

Due figure, l'una sul versante dei contratti con i consumatori e l'altra che si colloca sul versante dei contratti di impresa, sono di fondamentale rilievo per comprende appieno l’evoluzione che ha subito il nostro sistema civilistico.

Da un lato l'art. 1469 bis, comma 1° c.c., dove domina la formula del <<significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto>>; dall'altro l’art. 9 della legge 18 giugno 1998 n. 192 dove viene sancita la nullità delle clausole in cui una impresa, facendo leva sulla dipendenza economica dell'altra (anzi più correttamente abusando della dipendenza economica della seconda) riesca a determinare <<un eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi>> 5.

La volontà di fare del consumatore una categoria “protetta” è stata poi confermata dal legislatore il quale con la legge 30 luglio 1998, n. 281 ha proclamato i diritti dei consumatori ed utenti.

Sulla via dei rapporti business to business è importante segnalare il D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231. 6 attraverso cui si conferma la scelta di tutelare il mercato comune da qualsiasi situazione di abuso di posizione contrattuale; si ritorna sul solco aperto dalla legge sulla subfornitura con l’intento di rimuovere le situazioni di abuso che paralizzano il mercato e determinano una limitazione nella circolazione del denaro, sia all’interno dei singoli Stati, che nell’ambito del mercato comune.

La parte contrattuale debole è stata individuata nel creditore il quale sopporta il ritardo nel pagamento della prestazione debitoria, non potendo contare su strumenti giuridici che lo tutelino, se non ricorrendo all’azione giudiziaria e alle lungaggini ad essa collegata.

Oggi la definitiva tutela del contraente debole si è avuta con il cd Codice del consumo (D.Lgs. n. 206/2005).

Giova ricordare l’art. 2 del codice del consumo il quale riconosce ai consumatori i seguenti ”diritti fondamentali”

a) alla tutela della salute;

b) alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi;

c) ad un’adeguata informazione e a una corretta pubblicità;

d) all’educazione al consumo;

e) alla correttezza, alla trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali ;

f) alla promozione e allo sviluppo dell’associazionismo libero, volontario e democratico tra

i consumatori e gli utenti;

g) all’erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità ed efficienza.

3. L’evoluzione del sistema dei contratti

Come tutti i fatti dell’uomo anche il diritto nasce, cresce e si sviluppa.

L’analisi della legislazione a tutela del consumatore e dell’abuso degli operatori del mercato economico ci consente di affermare che il legislatore nazionale, sulla scia intrapresa dal legislatore europeo (in primis con la già citata Dir. 93/13 e con le altre direttive ad essa seguite), abbia ormai delineato una disciplina del contratto che si discosta completamente da quella originaria del codice civile del 1942.

L’innesto codicistico operato dalla legge n. 52/1996 che ha introdotto il capo XIV-bis intitolato “Dei contratti del consumatore” e le varie leggi speciali che si sono susseguite ( da ultimo il codice del consumo, scisso materialmente dal codice civile ma fonte esegetica della materia de qua) hanno comportato una trasformazione, forse un’evoluzione, del nostro sistema contrattualistico.

Cinque sono gli effetti innovativi che hanno stravolto il codice civile del 1942:

1. un neoformalismo;

2. maggiore potere di ingerenza e controllo del giudice sul regolamento contrattuale;

3. creazione di una nuova tipologia di invalidità;

4. affermazione di un quarto vizio del volere;

5. istituzione delle categorie soggettive di classificazione dei contratti.

3.1. Neoformalismo

La forma viene definita come “il veicolo” tramite il quale la volontà autodeterminativa delle parti è manifestata all’esterno; è l’esteriorizzazione del vincolo negoziale a cui le parti si sono legate 7.

Il nostro codice stabilisce il principio della libertà della forma: le parti sono libere di adottare la forma del negozio più consono al regolamento di interessi che vogliono attuare.

La formula dell’art. 1325 cod. civ., secondo cui la forma è tra i requisiti del contratto solo “quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità” è in parte superata.

Si parla ormai comunemente di neoformalismo riferendosi all’importanza assegnata dal legislatore trasnazionale alla forma scritta del contratto, quale requisito di validità dello stesso. Oggi sono sempre più numerose le tipologie di contratti ( la maggior parte delle vendite di origine comunitaria) per cui è richiesta la forma scritta ad substantiam.

La ratio del legislatore è ispirata dall’esigenza di informare la parte contrattuale più debole: si stabilisce un vero e proprio obbligo giuridico di informare ex art. 21 Cost., cui corrisponde il diritto ad essere informati sulla natura del contratto, e su tutte le clausole in esso contenute, al fine di poter meglio esplicare il diritto di autodeterminazione del singolo nell’ambito delle relazioni negoziali, in applicazione degli artt. 2 e 41 Cost.

Si parla di forma formale a discapito della forma sostanziale: la differenza di matrice francese, evidenzia l’esigenza comunitaria di dar trasparenza alla contrattazione e al di là della forma (formale) richiesta e utilizzata dai paciscenti. È necessaria la conoscenza del regolamento contrattuale tout court da parte della parte più debole.

Ne è conferma ( tra le altre) la discipline sulla multiproprietà, Dir. n. 94/47 CEE (ora trasfusa nel cod. del consumo artt. 69) che prevedeva precipua normativa a tutela dell’acquirente affinchè avesse precisa cognizione dei propri diritti ed obblighi a tal fine richiedendo un’apposita traduzione nella lingua utilizzata dall’acquirente (cfr. art. 70 e 71 Cod. cons.).

Oggi il codice del consumo sulla base di filone esegetico, nell’art. 2 lett. c) enuclea il diritto fondamentale “ad un’adeguata informazione e a una corretta pubblicità”.

Si segnale come una parte della giurisprudenza di merito ha considerato nullo il contratto avente per oggetto la multiproprietà (art. 71 del Codice del consumo) laddove manchi (o non sia stato preceduto) delle informazioni necessarie (Trib. Firenze, 2 aprile 2004; contra, peraltro, Trib. Parma, 14 luglio 2005).

3.2. Ingerenza e controllo del giudice sul regolamento contrattuale

Il secondo effetto scaturisce direttamente dalla disciplina del contraente debole per la cui tutela è necessario verificare la natura abusiva della clausola negoziale o del comportamento approfittatore della controparte.

Si attribuisce così un forte potere di controllo sostanziale in capo all’organo giudicante: da ciò deriva il superamento di uno dei capisaldi della disciplina contrattualistica, così come originariamente statuita nel codice del 1942, ovvero il principio di autonomia delle parti.

Il regolamento contrattuale tradizionalmente di esclusivo dominio delle parti è ora sindacabile dal giudice.

Da questo momento in poi il giudice non si limita più a verificare se le clausole vessatorie siamo state sottoscritte (cd procedural justice), così come stabilisce l’art. 1341 cod. civ., ma il alcune ipotesi (Cfr. art. 7 del D.Lgs. 231/2002) deve verificare la natura di quelle pattuizioni e la reale volontà della parte più debole di aderirvi (cd substantive justice).

Conferma di tale potere di indagine sostanziale del regolamento contrattuale da parte del giudicante è oggi fornita dall’ art. 7 del D.Lgs. 231/2002, e già in precedenza previsto dall’art. 9 legge sub-fornitura n. 192/1998.

Di recente la Corte di giustizia delle Comunità europee 8 enfatizza fortemente la valenza dell’esercizio dei poteri officiosi del giudice nel valutare la vessatorietà delle clausole contenute nei contratti dei consumatori 9. La Corte di giustizia sottolinea come la diseguaglianza negoziale tra il consumatore ed il professionista su cui poggia l’intero sistema di tutela previsto dalla Direttiva n. 93/13/CE può essere ovviata solo grazie ad un intervento positivo di soggetti estranei al rapporto contrattuale.

Naturalmente l’intromissione del giudicante troverà un limite ben preciso: il potere officioso del giudice non può contrastare con gli interessi della parte più debole; in caso contrario si andrebbe infatti contro la ratio stessa delle varie direttive comunitarie e delle norme di recepimento 10.

Particolarmente delicato è il compito cui il giudice è chiamato a svolgere; infatti laddove verifichi l’abusività o l’iniquità dell'accordo dovrà dichiarare la nullità della clausola abusiva; in alcune ipotesi altresì non può limitarsi alla declaratoria d'ufficio della nullità della clausola che l'abbia originata, ma deve integrare il regolamento contrattuale ricorrendo ai termini legali o riconducendo esso stesso il contratto ad equità (arg. ex art. 7 del D.Lgs. 231/2002).

L’organo giudicante, trattandosi di nullità rilevabile d'ufficio, è tenuto ad appurare l’equità del patto derogatorio alla stregua di parametri determinativi dello squilibrio; parametri determinativi che possono essere oggettivi (la corretta prassi commerciale, ovvero la natura del bene o dei servizi) soggettivi (le condizioni delle parti sottoscriventi ed i rapporti commerciali tra di loro intercorsi) ovvero neutri (ogni altra circostanza).

È ormai consolidato il principio nella giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione secondo il quale il potere officioso del giudice trova un limite non solo nella necessità della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, ma anche nella considerazione che i presupposti della nullità devono risultare dagli atti acquisiti al processo e non aliunde.

Per risolvere l’impasse: ai sensi dell’art. 183, 3 comma cpc. il giudice potrebbe stimolare il dibattito tra debitore e creditore ed invitarli ad integrare la produzione documentale sul punto, proprio perché si tratta di questione rilevabile ex officio judicis.

3.3. Nullità di protezione

Tutto ciò ci porta ad analizzare il terzo effetto innovativo recepito dal nostro sistema civile: la creazione di una categoria di invalidità, la nullità relativa (o di protezione), ormai divenuta di portata generale, che si pone ad un livello intermedio tra la nullità e l’annullabilità “tradizionali” 11.

Il codice civile del ’42 prevedeva esclusivamente la nullità parziale intesa come quella nullità che colpisce una parte del contenuto del contratto, consistendo in una parziale impossibilità di esecuzione delle prestazioni contrattuali, ovvero nella invalidità di singole clausole del contratto 12.

Nell’ottica del legislatore del ’42 la nullità parziale era considerata un’ipotesi eccezionale che trovava giustificazione nel principio di conservazione del contratto, tutte le volte in cui sussistesse un vulnus nel regolamento contrattuale, e ciononostante, le parti potessero ancora adempiere le proprie prestazioni, e quando l’originario assetto di interessi non era stato leso e giustificava il suo mantenimento in vita.

In ogni caso la nullità parziale era “figlia” della patologia principale da cui derivava tutti i requisiti (imprescrittibilità, insanabilità, rilevabilità d’ufficio, ecc.).

Il legislatore trasnazionale, invece, supera la tradizionale bipartizione esistente tra nullità ed annullabilità e, con formule varie e spesso inappropriate (inefficacia, invalidità, nullità), creando una nuova nullità a carattere “ibrido”, che riceve sia i caratteri della nullità che dell’annullabilità “classici”.

Gli elementi caratteristici di questa forma di invalidità sono tradizionalmente quattro: la radicale inefficacia dell'atto nullo, la sua insanabilità (se non in ipotesi del tutto eccezionali), l'assolutezza e la rilevabilità d'ufficio. A ciò si aggiunge l’ulteriore requisito secondo cui il vizio è eccepibile solo dal contraente debole in quanto previsto esclusivamente a suo vantaggio.

Ne sono conferma:

- l’art. 3 della legge 287/90 (antitrust) secondo cui è nullo il patto o il negozio che sia consequenziale alla violazione del divieto di abuso di posizione dominante, dove la violazione di un obbligo di correttezza comportamentale partorisce una questione non di responsabilità, ma di invalidità della pattuizione;

- l’art. 9 della legge n. 192/1998 (sulla subfornituara) che sanziona con la nullità il patto che concreti la violazione del divieto di abuso di dipendenza economica;

- l’art. 7 del d.lgs. 231/2002 13, in materia di transazioni commerciali, che considera nulle le pattuizioni tra il creditore ed il debitore professionali che fissino in modo iniquo il tasso di interesse o i termini di pagamento:

- il combinato disposto degli artt. 2 e 6 del d.lgs. 122/2005, concernente i contratti aventi ad oggetto gli immobili da costruire, che sancisce la nullità dei contratti aventi ad oggetto immobili da costruire che siano stati stipulati in assenza delle adeguate informazioni sull’operazione negoziale in fase precontrattuale o nel testo del contratto.

- l’art. 35 del Codice del consumo che impone che le clausole nei contratti tra il consumatore ed il professionista devono essere chiare e comprensibili imponendo un obbligo che concerne l’informazione contrattuale sul piano della trasparenza e della decodificabilità del contenuto del contratto.

L’art. 36 del Codice del consumo sanziona con la nullità di protezione le clausole abusive che innescano un significativo squilibrio a danno di una parte e a vantaggio dell’altra; nella specie l’ordinamento sanziona la violazione della c.d. procedural justice, ovvero l’ingiustizia non del contratto in quanto tale (substantive justice), ma in quanto frutto di una abuso perpetrato dalla parte più forte (il professionista) ai danni dell’antagonista più vulnerabile (il consumatore).

A ben guardare risulta difficile riportare tali norme nell'alveo delle nullità contrattuali, almeno per come esse emergono da una consolidata lettura dell'art. 1418 cod. civ..

L’istituto della nullità trae origine dalla tradizione romanistica, rinchiuso nel noto brocardo quod nullum est nullum producit effectum.

La nullità indica la posizione di indifferenza nei confronti del diritto della irregolare situazione di fatto e non designa una qualità giuridica dell'atto, sebbene l'assenza di qualsiasi rilevanza.

L'art. 1418 c.c. è articolato come strumento anelastico, dove ciò che conta è solo la corrispondenza alla fattispecie astratta e dove domina sullo sfondo l'interesse pubblico che si vuole tutelare attraverso la cancellazione dell'atto dal mondo giuridico.

La nullità di matrice comunitaria è articolata con canoni diversi da quelli tradizionali; è flessibile, legata alla singola regolamentazione e strettamente subordinato alla verifica che il patto si atteggi come iniquo e quindi predisposto alla tutela dell'interesse concreto divisato dalle parti.

In ciò trova conferma la tesi secondo cui nullità - dopo l'avvento della normativa comunitaria - ha assunto una morfologia nuova perché sposta il baricentro dall'aspetto strutturale a quello funzionale centrando tutta la sua attenzione sul regolamento degli interessi 14.

Il diritto europeo dei contratti sceglie la via della conformazione del regolamento con la predisposizione di un contenuto minimo necessario, sanzionato con la nullità delle pattuizioni difformi o in contrasto con la integrazione o addirittura la sostituzione di diritto delle parti caducate e la salvezza soltanto delle pattuizioni più favorevoli alla parte contrattualmente più debole.

3.4. Ingiustizia contrattuale

Il quarto aspetto di novità è dato dalla sempre maggiore attenzione del legislatore alla sproporzione tra le prestazioni dei contraenti e alla situazione di squilibrio economico-giuridica delle parti.

È la c.d. ingiustizia contrattuale, che non è riconducibile agli schemi tradizionali della rescissione per lesione e della minaccia di esercitare un diritto di cui all'art. 1438 c.c. Il che aveva portato a dire che non era configurabile una regola generale che risolvesse il problema della giustizia contrattuale in termini assolutamente autonomi tanto dal comportamento dei contraenti e dalla distribuzione dei poteri di fatto, quanto dalla presenza di palesi fattori di alterazione delle libertà del mercato concorrenziale.

Sia la legislazione speciale che quella di derivazione comunitaria hanno fatto costante uso di questa categoria concettuale. Ne sono riprova l'art. 1469 bis, comma 1° c.c., dove campeggia la formula del <<significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto>> e l'art. 9 della legge 18 giugno 1998 n. 192 in cui l’espressione utilizzata <<un eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi>> non è poi tanto dissimile.

Il D.Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 da ultimo ci conferma che l’ingiustizia contrattuale ha ormai preso piede nel nostro ordinamento ponendosi quale ulteriore ipotesi in grado di viziare la libertà autodeterminativa, nella specie della libertà negoziale, del singolo.

3.5. Categorie soggettive di classificazione dei contratti

Infine non resta che accennare all’ultimo degli effetti prima enucleati, probabilmente di maggior impatto: l’istituzione delle categorie soggettive di classificazione dei contratti.

Il nuovo diritto dei contratti distingue nettamente i contratti stipulati tra imprese, da un lato, e quelli stipulati tra imprese e consumatori, dall’altro 15.

Le regole europee si attagliano soprattutto su quest’ultimo settore, peraltro sconosciuto dal nostro ordinamento fino ad un recente passato.

Dapprima i contratti dei consumatori, poi la disciplina sulla sub-fornitura ed infine il decreto legge sul ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali introducono una nuova classificazione soggettiva dei contratti, a seconda della qualifica soggettiva rivestita da ciascun contraente.

Concordiamo con la tesi di autorevole dottrina che afferma come “è da chiedersi se si prospettino così due paradigmi contrattuali alternativi, basati l’uno sul modello del gioco cooperativo (il contratto fra imprese e consumatori), l’altro sul modello del gioco antagonistico (il contratto fra imprese) 16

In dottrina 17 si analizzano quattro tipi di differenziazione delle regole contrattuali in ragione della “categoria” di appartenenza dei paciscenti, a seconda se il contratto sia concluso:

  • dalla pubblica amministrazione,
  • dall’impresa con altra impresa (Business to business -B2B),
  • dall’impresa con il consumatore (Business to consumer -B2C),
  • dal privato con altro privato (private to private -P2P).

Infatti è necessario verificare se le parti siano entrambe da considerare “semplici contraenti”, per cui si applicheranno le regole codicistiche “tradizionali”; ovvero se una delle parti rivesta la qualifica soggettiva di “professionista” cui corrisponde quella di “consumatore” per cui tra le stesse si applicheranno le regole sui contratti del consumatore; ovvero ancora dovrà valutarsi se tra le parti intercorra un rapporto di sub-fornitura per cui si utilizzerà come completamento alla disciplina codicistica la legge speciale sulla subfornitura; uguale discorso è ora da farsi con riguardo alla disciplina sul ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali, applicabile ai rapporti commerciali tra imprese, tra cui anche la pubblica amministrazione.

Autorevole dottrina ha ritenuto che si è di fatto introdotto l’antico dualismo tra atti civili e atti commerciali previsto sotto il vigore del codice civile del 1865 e del codice di commercio 188218.

È tuttavia da segnalare una certa tesi in dottrina che ritiene che “la qualità di consumatore (di una) delle parti contraenti non consente propriamente di determinare l’ambito soggettivo di applicazione delle rispettive discipline giuridiche”19 : ciò in quanto le normative di settore per richiedendo che una parte sia qualificata come “consumatore”, non presuppongono che la parte utilizzatrice del bene o del servizio agisca al di fuori della propria eventuale attività professionale. Si afferma pertanto che i c.d. contratti dei consumatori sono anch’essi contratti commerciali, o d’impresa.

L’attuale diritto dei contratti è oramai lontano da quello pensato e strutturato dal legislatore nel 1942.

Sempre più numerose sono le voci di coloro che auspicano l’adozione di una disciplina europea (chi addirittura un codice) comune relativo alla materia del contratto.

___________________

1 Così si esprime Sirena, La categoria dei contratti d’impresa e il principio della buona fede, Riv. Dir. Civ., 4, 2006, p. 415 e ss..

2 Le argomentazioni sono tratte da Sirena, La categoria dei contratti d’impresa e il principio della buona fede, in op. cit. p. 415.

3 BIANCA, Diritto civile, Il contratto, 3, 2000, Giuffrè, 378.

4 Cfr. la relazione accompagnatoria al disegno di legge originariamente proposto, in www.senato.it/att/ddl/r0637p.htm.

5 Legge del 18 giugno del 1998, n. 192, recante la “Disciplina della subfornitura nelle attività produttive” il cui art. 9 dispone:

“1. E’ vietato l’abuso da parte di una o più imprese dello stato di dipendenza economica nel quale si trova, nei suoi o nei loro riguardi, una impresa cliente o fornitrice. Si considera la dipendenza economica la situazione in cui un’impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra impresa un eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi. La dipendenza economica è valutata tenendo conto anche della reale possibilità per la parte che abbia subito l’abuso di reperire sul mercato alternative soddisfacenti.

2. L’abuso può anche consistere nel rifiuto di vendere e comprare, nella imposizione di condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose o discriminatorie, nella interruzione arbitraria delle relazioni commerciali in atto.

3. Il patto attraverso il quale si realizzi l’abuso di dipendenza economica è nullo. Il giudice ordinario competente conosce delle azioni in materia di abuso di dipendenza economica, comprese quelle inibitorie e per il risarcimento dei danni.

3-bis. Ferma restando l’eventuale applicazione dell’art. 3 della l. 10 ottobre 1990,n. 287, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato può, qualora ravvisi che un abuso di dipendenza economica abbia rilevanza per la tutela della concorrenza e del mercato,anche su segnalazione di terzi ed in seguito all’attivazione dei propri poteri di indagine ed esperimento dell’istruttoria, procedere alle diffide e sanzioni previste dall’art. 15 della l. 10 ottobre 1990, n. 287, nei confronti dell’impresa o delle imprese che abbiano commesso detto abuso”.

6 Per una analisi del D. Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231, mi sia consentito rinviare a D’Apollo, Il D. Lgs. 9 ottobre 2002, n. 231: la disciplina del ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, in Altalex.com e in Quaderni di overlex, 2, 2006.

7 Perlingieri, Forma dei negozi e formalismo degli interpreti, 1987; Palazzo, Digesto, VIII, 442; Giorgianni, Enc. Giur., XVII, 990.

8 Corte di giustizia delle Comunità europee, 27 giugno 2000, in Foro It., 2000, IV, 413 ss..

9 Così espressamente Monticelli, Limiti sostanziali e processuali al potere del giudicante ex art. 1421 cc e le nullità contrattuali, in Giust. Civ., 2003, 7-8, 296.

10 Ancora Monticelli, op. cit., 296; ID, Nullità, legittimazione relativa e rilevabilità d’ufficio, in Riv. dir. priv., 2002, 688.

11 Sulle tradizionali categorie della nullità e dell’annullabilità si veda De Giovanni, La nullità nella logica del diritto, 1964, Franzoni, Della nullità del contratto, Commentario del codice civile a cura di Scialoja e Branca, 1998; ID, Dell’annullabilità del contratto, Il codice civile. Commentario diretto da Schlesinger, 1997. Gazzoni, Manuale di diritto privato, 960; Bianca, Il contratto, 612 ss..

12 Bianca, op. cit., 638.

13 L’art. 7 del d. lgs. 231/2002 così dispone: “L’accordo sulla data del pagamento, o sulle conseguenze del ritardato pagamento, è nullo se, avuto riguardo alla corretta prassi commerciale, alla natura della merce o dei servizi oggetto del contratto, alla condizione dei contraenti ed ai rapporti commerciali tra i medesimi, nonché ad ogni altra circostanza, risulti iniquo in danno del creditore.

2. Si considera in particolare gravemente iniquo l’accordo che, senza essere giustificato da ragioni oggettive, abbia come obiettivo principale quello di procurare al debitore liquidità aggiuntiva a spese del creditore, ovvero l’accordo con il quale l’appaltatore o il subfornitore principale imponga ai propri fornitori o subfornitori termini di pagamento ingiustificatamente più lunghi rispetto ai termini di pagamento ad esso concessi.

3. Il giudice, anche, d’ufficio, dichiara la nullità dell’accordo e, avuto riguardo all’interesse del creditore, alla corretta prassi commerciale ed alle altre circostanze di cui al comma 1, applica i termini legali ovvero riconduce ad equità il contenuto dell’accordo medesimo”.

14 Questi spunti critici sono stati espressi su www.tribunalemessina.it, La nuova disciplina comunitaria dell'inadempimento nelle transazioni commerciali (d.lgs. 9 ottobre 2002, n. 231).

15 Sirena, La categoria dei contratti d’impresa e il principio della buona fede, in Riv. Dir. Civ., 4, 2006, p. 415 e ss..

16 Sirena, La categoria dei contratti d’impresa e il principio della buona fede, op. cit., p. 415 e ss.

17 MAFFEI, Il contraente e la disparità di trattamento delle controparti, in www.ilcaso.it.

18 GAZZONI, Manuale di diritto privato, 2001, Edizioni scientifiche italiane, 751.

19 Sirena, La categoria dei contratti d’impresa e il principio della buona fede, op. cit., p. 415 e ss..

 

 
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